“Solo danni collaterali” di Pier Bruno Cosso

“Solo danni collaterali” di Pier Bruno Cosso

danni collaterali

“Solo danni collaterali” di Pier Bruno Cosso

Recensione di Elvira Rossi

danni collaterali

“Solo danni collaterali” di Pier Bruno Cosso – Editore Marlin.

Una dopo l’altra, le pagine scorrono rapide come tappe di un cammino che si prospetta attraente e ricco di sorprese.

Il titolo “Solo danni collaterali” è una sintesi perfetta dello sconcerto che segue a un’accusa infamante, sorretta da prove vacillanti e improbabili testimonianze.

Un integerrimo medico, catapultato in un ciclone giudiziario, diventa vittima di un sistema dove ammantati di perbenismo s’infiltrano uomini corrotti, che gettano discredito sulle istituzioni dello Stato.

Enrico Campanedda, il protagonista del romanzo, nel suo incontro con la Giustizia sale su una giostra vorticosa dalla fermata imprevedibile.

Che sia incolpevole non è sufficiente, il nodo cruciale si colloca nella dimostrazione della propria estraneità alle accuse.

Il calvario di un innocente non sempre porta alla resurrezione.

Nella storia un “esterno”, una vicenda con i suoi intrighi e “un interno”, i danni collaterali, creano un intreccio inscindibile.

Quando a interrompere la quiete quotidiana interviene una incomprensibile incriminazione, lo scontro con l’esistenza diventa aspro, impone un riesame di sé, degli avvenimenti, delle relazioni umane.

Le parole dello scrittore tratteggiano un itinerario costellato di colpi di scena che sul protagonista producono un effetto dirompente, spezzano certezze, insinuano dubbi, frantumano uno stato di equilibrio.

Enrico Campanedda è vittima di un complotto difficile da smontare, perché chi lo ha architettato occupa una posizione di potere che lo pone al riparo dai sospetti.

L’aggressione violenta respinge l’uomo in direzione di un isolamento che non è solo quello imposto dagli arresti domiciliari. Incredulità e ingiustizia rischiano di impoverire le sue energie e di consegnarlo all’apatia.

Le controversie di una indagine tingono la vicenda di “giallo” che non è il colore dominante, per la varietà delle note immesse in una narrazione che esplora l’animo umano.

Il giallo convive con le molteplici sfumature della condizione esistenziale, il bianco della innocenza, il grigio di una prigionia, l’azzurro del mare lontano e sognato, il rosa indossato dalla donna amata.

Il tema centrale va oltre la cronaca, non resta mai chiuso in sé, si apre a una rappresentazione ampia e complessa della vita che obbliga gli uomini a una lotta perenne e a un continuo riadattamento.

Non a caso il tempo della narrazione si dilata per accogliere un lavoro minuzioso di introspezione.

La rilevanza dei fatti acquista spessore attraverso una considerazione attenta dei “danni collaterali” che ne conseguono.

Per Pier Bruno Cosso la parola scritta diventa uno strumento d’indagine per comprendere meglio una umanità in sofferenza.

Lo scrittore trasforma la vicenda giudiziaria in un viaggio attraverso le insicurezze, i conflitti, i turbamenti, soffermandosi in particolare sulle reazioni assunte di fronte alle tribolazioni, perché a mettere alla prova ogni persona sono soprattutto le avversità.

I giorni che transitano sulla sofferenza diventano anni, il tempo vissuto nel dolore si prolunga e lascia tracce indelebili.

Il romanzo, oltre a porre degli interrogativi sul rapporto del cittadino con la Giustizia, offre molteplici spunti di riflessione.

Seguendo l’immaginazione, l’autore quando si allontana dal macrocosmo e si immerge nel microcosmo, quasi a giovarsi di una lente di ingrandimento, mette a fuoco i dettagli della mente umana.  Scruta i comportamenti e si pone in ascolto delle emozioni.

In una società individualistica, nella quale prevalgono competizione e profitto, l’uomo percepisce la propria solitudine e nel momento di maggiore difficoltà Enrico Campanedda dubita persino delle persone più care e avrà bisogno di conferme per continuare a credere in loro.

Nella vicenda umana nulla appare scontato e nulla è certo.

Malgrado la diffidenza abbia una radice estesa, gli affetti familiari occupano uno spazio privilegiato e l’unica protezione su cui Enrico Campanedda potrà contare è la famiglia.

Il protagonista, dopo essere inciampato nella rete ordita da uno spregiudicato magistrato in cerca di notorietà, supera lo sbigottimento iniziale e si dispone alla difesa.

Il romanzo “Solo danni collaterali” amplia il proprio respiro quando  gli aspetti della singola vicenda diventano emblematici di un disorientamento al quale sentiamo di appartenere tutti.

Dalla scrittura di Pier Bruno Cosso emerge come costante la convinzione che, in un contesto fluttuante che occhieggia al relativismo, all’uomo come unica alternativa possibile non resti altro che appellarsi alla propria forza interiore.

L’accettazione dell’esistenza, qualunque configurazione rivesta, non può essere passiva e in ogni circostanza è d’obbligo reagire.

Arrendersi alla ingiustizia significherebbe collaborare al suo trionfo.

Il protagonista non è affiancato da comparse o figure accessorie, tutti i personaggi hanno una loro necessità e concorrono a delineare il quadro complessivo di uno spaccato sociale dove in assenza di una coscienza collettiva a valere è l’etica personale.

Nel romanzo di Pier Bruno Cosso non ci sono eroi, ma solo persone comuni che annaspano tra prove difficili da superare e sopraffazioni da cui difendersi.

Non passa inosservato quanto l’asimmetria delle relazioni sociali pesi sugli individui.

Ben visibile è una organizzazione gerarchica che nella distribuzione delle funzioni si deforma in abuso di potere.

Nessuno è immune dal potere, c’è chi lo esercita e chi lo subisce.

C’è chi esercita il potere a larghe mani e con arroganza, chi essendo ai gradini più bassi si nasconde dietro la formula degli “ordini superiori “, chi ponendosi nel mezzo, quando avverte gli abusi, non ha sufficiente coraggio per intervenire e opporsi.

Tutti questi aspetti convivono nel romanzo “Solo danni collaterali” dal quale emergono tratti di una realtà non del tutto ignota.

Nel romanzo di Pier Bruno Cosso i personaggi femminili non sono mai marginali e accanto al protagonista, compaiono, a vario titolo, figure femminili che si caricano di connotazioni positive.

Il protagonista, pur cogliendo gli aspetti seducenti delle donne, va oltre l’attrazione fisica e ne apprezza le qualità. Privo di reticenza, in un rapporto di perfetta parità, accetta il loro sostegno, senza per questo sentirsi defraudato di un atavico dominio che definisce molti dei comportamenti maschili.

Lo spirito d’intraprendenza, il sottile acume, la forza morale delle donne renderanno meno devastanti gli effetti collaterali e giocheranno un ruolo fondamentale nella soluzione della vicenda.

Tuttavia nella percezione del protagonista le donne appaiono sfuggenti, misteriose, enigmatiche. Nell’animo femminile alberga una sorta di segretezza nella quale il maschio non ha accesso.

Enrico Campanedda accetta l’esistenza di un confine da rispettare, dimostra di non temere il confronto con la complessità dell’essere femminile e il suo bisogno di autonomia.

Non mostra nostalgia di donne facili da gestire. Ama chi affiancandosi a lui è disposta a combattere sulla trincea della vita.

Il protagonista, pur annaspando tra le maglie insidiose di un “errore” giudiziario, di fronte a una condanna sommaria che anticipa il processo vero, cerca di mantenere il controllo  di sé, invoca la Giustizia e respinge la commiserazione.

Lo stile di scrittura, che nelle sue pieghe trattiene le punte estreme delle emozioni, non indulge né al vittimismo né alla polemica.

A caratterizzare la scrittura di Pier Bruno Cosso sono la moderazione dei toni e una potenza comunicativa che chiama il lettore a partecipare alla vicenda.

Solo danni collaterali” di Pier Bruno Cosso: storia vera di un innocente. Danni collaterali che non potranno essere mai risarciti.
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Puoi trovare il libro direttamente sul sito della Marlin 

Titolo: Solo danni collaterali
Autore: Pier Bruno Cosso
Editore: Marlin (Cava de’ Tirreni)
Collana: Il Portico

Sinossi

Un giudice prende di mira un medico professionalmente serio e corretto, e fa saltare per aria tutta la sua vita. Sembra incredibile, ma quella raccontata da Cosso è una storia vera, che segue in presa diretta la discesa di una persona onesta in un inferno giudiziario. Di fronte ci sono due mondi che si scontrano: un magistrato in delirio di onnipotenza, e la sua vittima occasionale. Ma il prezzo altissimo dell’ingiustizia lo paga solo il perseguitato incolpevole, perché il giudice in Italia non è perseguibile per il suo cattivo operato. La vicenda, ambientata in Sardegna nel periodo attuale, inizia col protagonista che viene buttato giù dal letto all’alba di un sabato mattina e subisce una lunga perquisizione, senza spiegazioni e senza rispetto. Privato della libertà, del lavoro, dello stipendio, e infine degli affetti familiari, il medico, aiutato da un’amica giornalista, si lancia in un’indagine serrata per comprendere l’origine delle accuse infondate di cui è fatto oggetto. In questo romanzo, se le vicende giudiziarie sono ispirate alla realtà, i risvolti umani, gli amori e le passioni sono di pura invenzione, così come i nomi e i luoghi, che sono di fantasia e non possono essere attinenti alle persone reali, se non per pura casualità. Cosso ha saputo costruire con abilità una storia drammatica, scavando nel profondo dell’animo umano. Più che una critica serrata alle nostre strutture giudiziarie, la vicenda narrata vuol lanciare un grido d’allarme verso un sistema senza difese immunitarie.

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