Almarina – di Valeria Parrella

Almarina – di Valeria Parrella

Almarina – di Valeria Parrella

recensione di Giovanna Pandolfelli

almarina

Almarina di Valeria Parrella esce per Einaudi nel 2019. Candidato al Premio Strega 2020 entra nella lista dei finalisti, normalmente una cinquina, quest’anno una sestina ex-equo con Carofiglio.

Valeria Parrella è l’unica presenza femminile tra i finalisti (tre erano tra i dodici semifinalisti).

Chi è la protagonista di questo romanzo?

Almarina, giovane rumena detenuta in un carcere minorile campano o piuttosto la sua insegnante di matematica, Elisabetta Maiorano, nonché voce narrante?
O persino Nisida, prolungamento dell’elegante quartiere partenopeo di Posillipo, isola dell’affascinante arcipelago delle Flegree, eppure nido dei reietti della società?
Nisida parla per sé, un promontorio, un istmo artificiale che la collega alla terraferma, a voler ribadire che da qui non si scappa, questa zattera non vi poterà lontano, naufraghi di errori senza ritorno.

Il mare non vi cullerà verso la libertà, le acque salate ne avvolgono i confini e si fanno guardiane della vostra prigionia.
Eppure questi ragazzi non vogliono scappare poiché Nisida è un carcere minorile, sì, ma un carcere modello dove i giovani detenuti sono accolti e trovano rifugio da una società che li ha rifiutati.

“se c’è un minore colpevole c’è un adulto colpevole”.
“Fuori vai mendico nel mondo […] dentro: questo posto è meraviglioso, è tutto quello che i nostri ragazzi non hanno mai avuto.”

Nisida offre un riparo dal crimine, dalla miseria, dall’isolamento, dalla violenza. Nisida è dove ci si può esprimere, si può stare insieme, a scuola, al corso di ceramica, il laboratorio teatrale.

“La scuola è l’unico spazio senza sbarre alle finestre”.

Con una scrittura intima, l’io narrante ci conduce con moto ondulatorio ora dentro ora fuori dal carcere, ora dentro i suoi pensieri ora fuori seguendo il suo sguardo.

In questo gioco tra privato ed esteriore Nisida rappresenta il fulcro, lo specchio che riflette l’immagine di tutti i suoi avventori.

I ragazzi ci trovano se stessi, negli occhi dei compagni di sventura, ma anche in quegli degli adulti. Le guardie e gli insegnanti, in cosa differiscono in fin dei conti? Sono tutti adulti, tutti preposti al loro accudimento, a dar loro regole. E gli adulti ritrovano in Nisida l’essenza della loro esistenza:

“[…] così non pensavo di essermi portata dietro tutta quell’infanzia da stipare nell’armadietto”.
“Come possiamo stare tutti e due dentro Nisida stamane se io ho scelto di fare l’insegnante e tu la guardia carceraria?”

Preziose sono le testimonianze incorporate nel romanzo esito di un corso di scrittura creativa: “Una cosa che mi è successa quando ero piccolo”, perché in carcere del presente non si parla, e il futuro non si immagina.

Elisabetta Maiorano ha anche lei un vuoto dentro, un’immensa solitudine da lenire, anche lei esce da una casa vuota, porta il suo animo buio verso Nisida e lì incontra altre solitudini. E quando lascia il carcere alle sue spalle pensa a quei ragazzi che rientreranno in cella invece che tornare a casa.

“Una casa è un posto dove si mangia e si sta caldi e ci si allena ad andare per strade sconosciute senza paura dell’altro portando per se stessi un grande rispetto […]”
“Basta non guardarli davvero quando si va, e tu devi andare per forza di legge, e loro devono restare per forza di legge. […] È, questa separazione, disumana. Uno strappo feroce per il quale noi insegnanti degli istituti di pena dovremmo avere il doppio in busta paga.”

Dov’è la casa di questi ragazzi? Dove andranno quando lasceranno il carcere? Alcuni saranno trasferiti in altri istituti di pena, alcuni saranno fuori. Ma fuori da cosa?
La donna si specchia nelle vite dei suoi allievi, non ha potere su di loro, poiché una nota in condotta non significa nulla per chi attende solo di scontare una pena, tuttavia deve farsi rispettare. E quando loro saranno fuori, vorranno dimenticare Nisida e lei.

“E io resterò con questo compito in mano, senza sapere mai più nulla di lui, lo lascerò agli atti […] e se lo incontrassi fuori non lo riconoscerei. E lui comunque non mi chiamerebbe per salutarmi.”

E Almarina in tutto questo? Almarina è una delle tante, dei tanti, sarebbe potuto accadere a chiunque, invece è capitato che lo sguardo di Elisabetta Maiorano si posasse per un batter d’ali in più proprio su di lei. Un sottile filo di seta si è intessuto tra le due donne, perché lei?

“E invece quel giorno mi sono trovata sull’ultima panchina prima del mondo, con Almarina rannicchiata dentro lo stupore.”

Da un’intuizione femminile scaturisce tra le due donne un dialogo confidenziale e segreto che cresce e si tramuta in una comprensione profonda ed estrinseca delle loro necessità reciproche. E tutto questo nasce a Nisida

“un posto bello, ma bello assai, e struggente. È a metà altezza rispetto a Posillipo, il promontorio dei ricchi, ma abbastanza alto per poter dominare la spiaggia e vedere i gabbiani avvolgersi sotto gli occhi.”

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Sinossi

Può una prigione rendere libero chi vi entra? Elisabetta insegna matematica nel carcere minorile di Nisida.

Ogni mattina la sbarra si alza, la borsa finisce in un armadietto chiuso a chiave insieme a tutti i pensieri e inizia un tempo sospeso, un’isola nell’isola dove le colpe possono finalmente sciogliersi e sparire.

Almarina è un’allieva nuova, ce la mette tutta ma i conti non le tornano: in quell’aula, se alzi gli occhi vedi l’orizzonte ma dalla porta non ti lasciano uscire.

La libertà di due solitudini raccontata da una voce calda, intima, politica, capace di schiudere la testa e il cuore.
Esiste un’isola nel Mediterraneo dove i ragazzi non scendono mai a mare.

Ormeggiata come un vascello, Nisida è un carcere sull’acqua, ed è lí che Elisabetta Maiorano insegna matematica a un gruppo di giovani detenuti.
Ha cinquant’anni, vive sola, e ogni giorno una guardia le apre il cancello chiudendo Napoli alle spalle: in quella piccola aula senza sbarre lei prova a imbastire il futuro.

Ma in classe un giorno arriva Almarina, allora la luce cambia e illumina un nuovo orizzonte. Il labirinto inestricabile della burocrazia, i lutti inaspettati, le notti insonni, rivelano l’altra loro possibilità: essere un punto di partenza.

Nella speranza che un giorno, quando questi ragazzi avranno scontato la loro pena, ci siano nuove pagine da riempire, bianche «come il bucato steso alle terrazze».

Questo romanzo limpido e intenso forse è una piccola storia d'amore, forse una grande lezione sulla possibilità di non fermarsi. Di espiare, dimenticare, ricominciare.

“Vederli andare via è la cosa piú difficile, perché: dove andranno. Sono ancora cosí piccoli, e torneranno da dove sono venuti, e dove sono venuti è il motivo per cui stanno qui.”

Titolo: Almarina
Autore: Valeria Parrella
Editore: Einaudi, 2019

 

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