L’istinto materno – La gatta che insegnò all’osterica

L’istinto materno – La gatta che insegnò all’osterica

L’istinto materno – La gatta che insegnò all’osterica

a cura di Serena Savarelli

istinto materno

 

Diversamente da ciò che molti credono, l’istinto materno non è un sentimento innato.

Essere madre è uno degli avvenimenti più sconvolgenti nella vita di una donna, una fase caratterizzata da disagi e gioie. La donna è l’unico mammifero che ha la possibilità di rinunciare o decidere di essere madre.


“Non guidarmi, non calpestarmi, non spingermi,
non frenarmi, non superarmi.
Accompagnami”.
Fabrizio Caramagna

Così non è per gli altri animali e nemmeno per una gatta di circa sette mesi che si è ritrovata, con il ventre ingrossato, a vagare in mezzo alla natura. La sorte ha voluto che, stanca e affamata, facesse una sosta nel giardino della casa di un’ostetrica; dentro uno sgabuzzino pieno di biciclette si accoccolò sopra una mensola, ritenendo quel posto perfetto per auto proteggersi in quel momento di grande vulnerabilità.

Ben presto, gli abitanti della casa si accorsero di lei e iniziarono a provvedere ai suoi bisogni, portandole cibo e acqua. La gatta tricolore si affezionò presto a loro e, con prudenza e qualche momentanea indecisione, si avvicinò quel tanto da ricevere le prime carezze e delicati gesti d’affetto.
L’ostetrica era preoccupata perché la gatta aveva la pancia gonfia e temeva fosse necessaria una sverminazione. Decise di portarla dal veterinario, dove la diagnosi fu tutt’altra: la gatta era incinta.

Dalla lastra, la veterinaria intravide probabilmente quattro cuccioli, ma preannunciò che, essendo un rimo parto in una gatta molto giovane, questo non sarebbe stato esente da complicazioni.

“Comunque, tieni presente che il gatto è un animale molto indipendente e che probabilmente sarà in grado di fare tutto da sola, grazie all’istinto materno”.

L’ostetrica tornò a casa con la gatta, la quale era stata chiamata, da tutta la famiglia, Ray e provò per lei un immediato senso di protezione. Per il parto avrebbero dovuto aspettare ancora un paio di settimane, durante le quali Ray si avvicinò totalmente alla famiglia, esprimendo in modo chiaro il desiderio di rimanere e interagire con loro.
Il bisogno di Ray crebbe in un tardo pomeriggio, quando rimase vicina alle gambe dell’ostetrica, seguendola dappertutto, anche dentro casa, nonostante lì ci fosse la loro golden retriver.
“Cosa ti succede, piccolina, non ti sei mai allontanata così tanto dal tuo sgabuzzino?”.

La gatta muoveva la coda a scatti, passeggiava lì intorno senza mai allontanarsi, finché si accoccolò addormentandosi dentro la cuccia del cane, accanto alla porta d’ingresso. L’ostetrica le mise dentro un asciugamano per rendere più confortevole il nuovo giaciglio.
Verso le nove di sera, quando il marito dell’ostetrica uscì di casa, udì degli strani suoni provenire dalla cuccia, si avvicinò illuminando l’interno con la torcia del cellulare e constatò che il parto della gatta era cominciato.

Chiamò l’ostetrica e, insieme, accompagnarono Ray nel suo primo parto, dal quale nacquero quattro gattini.

I primi due erano senza vita, i due successivi faticavano a restare al mondo perché molto piccoli.

Il primo aveva il manto bianco e le orecchie e la coda arancioni, ma era appena 47 grammi e non riusciva a mantenere la corretta temperatura corporea.

Il secondo tigrato, ma con il pelo molto scuro, pesava sui 66 grammi e, determinato, provava a cercare il seno della mamma.

Fino a notte fonda, l’ostetrica vegliò su tutti e tre, cercando di far succhiare i gattini e consolandosi dicendo che la mamma gatta avrebbe saputo fare cosa fare, guidata dall’istinto materno.

La mattina alle sei l’ostetrica tornò da Ray e notò immediatamente che la gatta tentava di occuparsi del gattino nero, lasciando in disparte quello bianco, che era freddo e ipotonico.

Chiamò il veterinario, comperò il latte in polvere per gattini, le siringhe d’insulina e decise di aiutare Ray che la guardava spaurita e inconsapevole, che non leccava i suoi cuccioli e che l’unica cosa che le veniva d’istinto fare era proteggere la cuccia e il suo contenuto, tra sbuffi e movimenti d’allerta.

L’ostetrica decise con suo marito di spostare la cuccia in un luogo appartato, il primo che Ray aveva scelto, lontano dal via vai dei bambini e dei cani, per dare la possibilità alla gatta di rilassarsi e allattare tranquillamente i suoi cuccioli.

Che si chiami istinto materno oppure no, è stato dimostrato che quando nasce un bambino, un sentimento di protezione e di dedizione affiora nella maggior parte delle donne.

A nascere non è solo un bebè, ma anche una mamma. Tuttavia, entrare in questo nuovo ruolo, imparare a fare la mamma, migliorare la propria autostima, non è né facile né scontato. Soprattutto se si tratta del primogenito e la situazione è tutta nuova e da imparare.
L’ostetrica conosceva bene queste dinamiche, sapeva quali sentimenti provavano le neomamme, le loro preoccupazioni, il loro senso di frustrazione e inadeguatezza.

Eppure, nel suo dare a loro sostegno, ripeteva spesso che bastava seguire l’istinto materno, come fanno gli animali in natura.
Tuttavia, il parto di Ray e i momenti successivi portarono l’ostetrica a riflettere con una nuova consapevolezza.

Ogni due ore, giorno e notte, l’ostetrica andava da Ray: l’osservava, cercava di comprendere i suoi messaggi, allattava quei minuscoli cuccioli faticando a inserire nella loro bocca la siringa con il latte.

La gatta continuava a non leccarli, così, l’ostetrica, istruita dal veterinario, ad ogni poppata, stimolava i loro genitali con l’ovatta bagnata, simulando la leccata di mamma gatta e favorendo la corretta evacuazione dei loro bisogni.
Dall’altra parte, la gatta andava a chiamare l’ostetrica ogni due ore esatte, miagolando sul davanzale della finestra del salotto come a voler dire: “Ti prego, vieni, si sono svegliati e io non so cosa fare!”.
Non appena l’ostetrica arrivava nello sgabuzzino trovava Ray a pancia sopra e si lasciava attaccare da lei i suoi cuccioli, reclamando carezze e parole d’incoraggiamento. Rimaneva immobile e tranquilla solo se l’ostetrica l’accarezzava senza smettere.
Dopo soli tre giorni dalla nascita, la gatta portò i gattini di fronte alla porta d’ingresso dell’ostetrica che, sconcertata, ascoltò i suoi figli decretare con spontaneità la realtà dei fatti: “Mamma non vuole stare da sola. Vuole che stiamo tutti insieme!”.

Il marito dell’ostetrica portò la cuccia nello studio in mansarda e, da quel momento, la gatta e i suoi cuccioli vissero in casa con loro, in completa sicurezza e pieni d’affetto.

L’ostetrica non si capacitava del perché Ray faticasse così tanto ad accudire i suoi piccoli. Certo era una giovane gatta, ma allora l’istinto materno non esisteva proprio? Era giusto che lei si sostituisse completamente a lei?

Dopo queste riflessioni, l’ostetrica imparò una cosa importante: la fiducia.

Doveva, semplicemente, fidarsi di quella gatta giocherellona e affettuosa. Le comprò le crocchette per la gatta che allatta, le stimolò il seno, perché i gattini erano ancora troppo deboli per attaccarsi da soli e succhiare vigorosamente, mise il latte nei genitali dei suoi cuccioli così che lei, invogliata, imparasse a leccarli nel punto giusto, rimaneva ore e ore ad accarezzarla mentre i suoi cuccioli succhiavano per tranquillizzarla, dicendole che era bravissima e stava facendo la cosa giusta, mentre lei impastava con le zampe e tendeva la testa.
Come la donna ha in sé tutte le competenze necessarie per accudire al meglio il proprio figlio, anche Ray, pian piano, si stava calando nel suo nuovo ruolo di madre.

Il tempo è un elemento determinante per qualsiasi madre in natura.

Fare la mamma è un mestiere in cui l’esperienza si fa sul campo e il segreto della riuscita sta nella mente e nel cuore, ma soprattutto nell’intesa che, giorno dopo giorno, si crea con il proprio cucciolo.

È un impegno a tempo pieno, per cui questo favorisce inevitabilmente una presa di coscienza e le abilità che renderanno qualsiasi mamma la più grande esperta quando si tratta del proprio figlio.

Dopo due settimane dalla nascita dei gattini, l’ostetrica si trovò di fronte una gatta attenta e premurosa, che leccava i suoi cuccioli dopo ogni poppata, che si allontanava per le sue esigenze solo quando dormivano, che li accudiva come fosse nata proprio per fare quello. Non era la gatta di qualche giorno prima.
L’ostetrica era ben consapevole che aveva imparato qualcosa che non avrebbe trovato in nessun libro di ostetricia o puericoltura. Se la società o gli stessi operatori sanitari sottovalutano, ignorano, sminuiscono le capacità materne, sentendosi in diritto di dire la propria, vanno a minare la fiducia in sé stessa della neomamma. Ma la mamma… è la mamma.

Al di là dei troppi giudizi, consigli non richiesti, non di rado trasformati in vere e proprie critiche, esiste solo la modalità corretta per sostenere una neomamma: recuperare la sua consapevolezza, farle afferrare la potenza del suo corpo che è già stato capace di plasmare, nutrire e dare la vita a un altro corpo. Di conseguenza, anche la sua mente e il suo cuore sapranno accogliere e accudire consapevolmente.

Ciò non significa che sarà tutto facile e immediato, che non compariranno dubbi, momenti di stanchezza e sconforto.
L’ostetrica si era ritrovata spesso ad allattare i gattini mentre Ray le saltava sulle gambe, dimostrando gratitudine, ma anche quel perenne bisogno di sentirsi ugualmente accudita e amata come i suoi cuccioli.

Le madri, oggi, devono improvvisare, perché non sanno più cosa fare, hanno perso confidenza con questa esperienza e ciò che non si conosce fa sempre un po’ paura.

Nel Duemila la gravidanza, la nascita e l’allattamento non sono più qualcosa di noto o familiare. Un tempo, ogni donna poteva contare su un’esperienza condivisa che rendeva il suo patrimonio ricco di conoscenze e sapere, ereditato dalle altre donne della famiglia, del quartiere o del paese.

Oggi la famiglia si riduce alla coppia, spesso anche lontana dalla famiglia di origine. È venuto a mancare l’esempio, che è di grande aiuto anche per le mamme del mondo animale.
L’ostetrica accarezzò Ray e si promise di non dire mai più a nessuna neomamma che tutto era facile e istintivo perché naturale e innato. Non avrebbe più citato, durante i corsi di accompagnamento alla nascita, come esempio le mamme gatte che sanno da subito che cosa fare. Tutt’altro!
Ciò che è istintivo necessita comunque di tempo e di approfondimento, di sostegno e d’incoraggiamento.

Accogliere una neomamma significa accogliere il suo vissuto e darle tempo, come nella nascita, senza fretta di accelerare le fasi o sostituirsi alla partoriente, credendo fermamente, che al giusto momento, lei si sentirà adeguata.
La gatta Ray aveva insegnato all’ostetrica, partorendo in casa sua e trasferendosi nel suo studio con la propria prole, che saper essere e saper fare significano principalmente saper esserci con consapevolezza e fiducia, ed essere in grado di trasmettere queste competenze con emozione attraverso una dedizione umile e per nulla invadente.

Nel suo lavoro aveva dato per scontato che le parole fossero una fonte d’insegnamento, ma non si deve insegnare nulla a una mamma, basta solo accompagnarla. Come nel parto meno le mani toccano e più tutto procede in modo naturale, nell’accudimento meno cose si dicono e più empaticamente si accoglie, più la donna realizza che è diventata mamma.
La gatta che insegnò all’ostetrica sarebbe rimasta nel cuore di tanti come una grande lezione di vita sull’istinto materno.

 

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