“Finché il caffè è caldo” – di Toshikazu Kawaguchi

Semplicemente, donne.

“Finché il caffè è caldo” – di Toshikazu Kawaguchi

Finché il caffè è caldo, Toshikazu Kawaguchi, narrativa giapponese, libro

“Finché il caffè è caldo” – di Toshikazu Kawaguchi

Recensione di Lisa Molaro

Finché il caffè è caldo, Toshikazu Kawaguchi, narrativa giapponese, libro

Sono oltre un milione le copie vendute di “Finché il caffè è caldo”, romanzo d’esordio, inizialmente scritto per il teatro, di Toshikazu Kawaguchi, sceneggiatore e regista giapponese, pubblicato dalla Garzanti.

Un romanzo magico quasi come un film di Hayao Miyazaki.
Cosmopolitan

La narrativa nipponica è tipicamente paragonabile a un acquerello in cui le sfumature si sfiorano o si arricchiscono a vicenda, creando armonia attraverso pacatezza e tratti onirici, profumi di magnolie o ciliegi in fiore, nero fumo tracciato, lentamente, a comporre ideogrammi pregni di consapevolezza, suoni soavi ad accarezzar Kimoni di seta in fiore… profili di montagne o gorgoglii di sorgenti; gru in bilico tra speranza e malattia. La narrativa giapponese è un simbolo in cerchio costante, carezzevole come un balsamo lenitivo. Di questo avevo bisogno, di una lettura che potesse sembrare easy, ma non troppo. Con questo spirito ho preso un biglietto aereo alla stazione dei libri e sono volata in Giappone.

Din-don

Mentre camminavo in una stradina poco frequentata, ho scorto una piccola insegna. Avvicinandomi ho notato che si trattava di un caffè in un seminterrato e come fosse al suo interno era impossibile da scorgere; sarei dovuta proseguire oltre, lo so,  però il nome del locale pareva preso dal ritornello di una canzone che non mi suonava nuovo, mi faceva simpatia e, di una buona tazza di caffè fumante, avevo proprio il desiderio. Così sono entrata in questo locale che pareva fatto apposta per fungere da location durante qualche traffico losco per film tenebrosi. La caffetteria era piccola piccola, nove persone forse sarebbe bastate per riempirlo tutto e la privacy discorsiva era, quasi del tutto, mal garantita. Beh, io ero sola e non conoscevo nessuno e, quindi, mi sono seduta nell’unica sedia libera in attesa di ordinare il mio caffè. Buffo: alla parete c’erano tre grandi e vecchi orologi che segnavano, ognuno, un’ora diversa dall’altro!

Per la durata di tutto il libro – ehm… volevo dire ‘del viaggio’  – non mi sono mai alzata da quella sedia e mai sono dovuta uscire dal locale. Fiori, melodie, canti di usignoli, descrizioni ambientali, niente di tutto ciò mi è scivolato accanto.

Din-don

Vapore. Vapore sì. Molto.

Vapore e aroma di caffè.

Nagare lo preparava “con il sistema del sifone, detto anche caffettiera a depressione: versava acqua calda in un’ampolla inferiore, poi la portava a ebollizione per consentirle di salire attraverso il sifone nell’ampolla superiore, dove versava il caffè macinato, che veniva poi filtrato di nuovo nell’ampolla inferiore. Invece per Kōtake e altri clienti fissi preparava il caffè americano. In questo caso, metteva un filtro di carta in un dripper, aggiungeva il caffè macinato e versava acqua calda. A suo avviso, questo metodo manuale permetteva maggiore flessibilità, perché si poteva modificare il gusto del caffè aggiustando la temperatura dell’acqua o il modo in cui la versava. Visto che nel locale non c’era mai musica di sottofondo, si poteva sentire il suono leggero del caffè che scendeva a goccia a goccia. Appena Kōtake sentiva quel rumore, sorrideva per la soddisfazione.”

Il fatto è che all’inizio mi stavo pure stufaccchiando un po’, lì seduta ad assistere alla scenetta di una coppia di innamorati (?) che pareva aver perso il ritmo di una sana, complice, comunicazione. Lei bella e donna in carriera, lui nerd. Lui che deve partire per lavoro dei suoi sogni e lei che non mastica l’orgoglio per dirgli “Ti amo, resta qui!”. All’inizio pensavo lei fosse la protagonista del mio “viaggio” poi invece ho capito che era davvero, quasi, marginale.

Il fatto è che mi sono ritrovata – per caso? –  seduta dentro una leggenda metropolitana!

Si narra che il “Caffè dei Viaggi nel Tempo” sia un luogo speciale, aperto da più di cento anni.
caffè, Giappone

Foto di chezbeate da Pixabay

Si narra che dopo esserci entrati non si sia più gli stessi.

Leggenda vuole che, bevendo il caffè, sia possibile rivivere il momento della propria vita in cui si è fatta la scelta sbagliata, si è detta l’unica parola che era meglio non pronunciare, si è lasciata andare via la persona che non bisognava perdere.

Ma c’è una regola da rispettare, una regola fondamentale: bisogna assolutamente finire il caffè prima che si sia raffreddato. A dire la verità, però, le regole sono ben di più, se si vuole entrare nel portale del Tempo:

  • Le uniche persone che si possono incontrare sono quelle entrate nel caffè;
  • Qualunque cosa si faccia nel passato questo non cambierà il presente;
  • Bisogna sedersi solo ed esclusivamente sulla sedia della donna in abito bianco, se si prova a sedersi con la forza si viene maledetti;
  • Quando si viaggia nel tempo si può rimanere solo su quella sedia, alzarsi vuol dire tornare al proprio tempo;
  • Non lasciare per alcuna ragione che il caffè si raffreddi.

Non riuscire a terminare il caffè finché è caldo è grave perché… perché no, non vi scrivo quello che può capitare!

Troppe regole dite? E voi, voi che fareste se vi fosse data questa possibilità?

Din-don

Si può ritornare indietro nel tempo – o andare nel futuro – una sola volta in assoluto e i motivi possono essere svariati giacché ognuno ha i propri.

Toshikazu Kawaguchi è abile nel creare empatia con i vari protagonisti del libro, permettendoci di “entrare” nel loro “sentire”, dentro le loro intime stanze poco illuminate, quelle dell’anima, quelle che, talvolta, si cela anche a se stessi.

Si può voler tornare indietro per motivi futili, a volte. Futili dinanzi ad altri che ruotano attorno a tematiche quali, per esempio, malattie che cancellano la memoria, sì, parlo dell’Alzheimer; si può voler tornare indietro per “ricevere uno sguardo” di madre, di figlia o di sorella. Per conoscere…

Se da una parte è vero che questo libro è “leggero” rispetto a molti altri della letteratura nipponica dall’altra, immedesimarsi in una delle storie ivi contenute, è inevitabile.

In certi tratti mi sono davvero emozionata, ed è stata un’emozione piena.

 

Per quasi tutto il libro ho provato un senso di dolce amarezza, ho patteggiato, ho incitato, ho provato a far desistere. Chissà se, trovandomi nei panni dei protagonisti, vivendo le loro storie specifiche, avrei sempre avuto il coraggio di terminare il caffè senza farlo raffreddare… chissà se sarei riuscita a non cedere alla tentazione di rimanere nello stesso luogo, in un altro tempo. Delle volte, certe situazioni, si vorrebbe stringersele al petto senza mollare più la presa!

Ma il corso della vita si può proteggere? Lo si può rendere definitivo bloccando attimi che, in realtà, non apparterrebbero ad altro se non al nostro cuore?

Una lettura all’apparenza lieve, come scrivevo prima, ma che offre spunti su sui riflettere e un bell’imperativo da appendere sul muro di casa:

“Sii consapevole dei tuoi attimi. Ora. Non lasciare parole chiuse nel cuore: se sono importanti, dille! Perché, anche se brutto da scrivere, è ora e solo ora che ci sei!”

 

Ora pago il mio caffè porgendo a Kazu Trecentottanta yen. Mi si inumidiscono gli occhi mentre, prima di chiudere il libro, poso lo sguardo su Kōtake, su Fusagi, su Hirai, su Kei e su Nagare… mi sembrano tutti così belli, così fragili e forti al contempo!

La donna vestita di bianco non alza lo sguardo, se ne sta là all’angolo, imperterrita, a leggere il suo interminabile romanzo. Ho capito che non devo disturbarla.

Saluto tutti con un leggero sorriso, ringrazio chinando il capo e congiungendo le mani esco da questo luogo-non luogo.

Mi resta la dolcezza dei sentimenti puri e l’aroma del caffè sulla pelle. Un caffè che può essere sia amaro sia dolce… come la vita!

(…) che senso ha quella sedia?».
Kazu è ancora convinta che, se vuole, la gente troverà sempre la forza di superare tutte le difficoltà che si presenteranno. Serve solo cuore. E se quella sedia ha il potere di cambiare il cuore delle persone, di sicuro un senso deve averlo.
Ma con la sua solita espressione imperturbabile, si limiterà semplicemente a dire: «L’importante è bere il caffè finché è caldo».

Din-don

Chi sarà entrato ora nel caffè?

Titolo: Finché il caffè è caldo
Autore: Toshikazu Kawaguchi
Editore: Garzanti (12 marzo 2020)
Collana: Narratori moderni

Sinossi:

In Giappone c’è una caffetteria speciale. È aperta da più di cento anni e, su di essa, circolano mille leggende. Si narra che dopo esserci entrati non si sia più gli stessi. Si narra che bevendo il caffè sia possibile rivivere il momento della propria vita in cui si è fatta la scelta sbagliata, si è detta l’unica parola che era meglio non pronunciare, si è lasciata andare via la persona che non bisognava perdere. Si narra che con un semplice gesto tutto possa cambiare. Ma c’è una regola da rispettare, una regola fondamentale: bisogna assolutamente finire il caffè prima che si sia raffreddato. Non tutti hanno il coraggio di entrare nella caffetteria, ma qualcuno decide di sfidare il destino e scoprire che cosa può accadere. Qualcuno si siede su una sedia con davanti una tazza fumante. Fumiko, che non è riuscita a trattenere accanto a sé il ragazzo che amava. Kòtake, che insieme ai ricordi di suo marito crede di aver perso anche sé stessa. Hirai, che non è mai stata sincera fino in fondo con la sorella. Infine Kei, che cerca di raccogliere tutta la forza che ha dentro per essere una buona madre. Ognuna di loro ha un rimpianto. Ognuna di loro sente riaffiorare un ricordo doloroso. Ma tutte scoprono che il passato non è importante, perché non si può cambiare. Quello che conta è il presente che abbiamo tra le mani. Quando si può ancora decidere ogni cosa e farla nel modo giusto. La vita, come il caffè, va gustata sorso dopo sorso, cogliendone ogni attimo.

 

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