Vivian Maier: una fotografa per tata

Vivian Maier: una fotografa per tata

Vivian Maier: una fotografa per tata

a cura di Paola Treu

Vivian Maier

Vivian Maier è una delle figure più complesse e misteriose della fotografia.

“Sono una spia, sono la donna del mistero”,

pare abbia detto di sé a uno dei pochi testimoni rintracciati fra quanti la conobbero in vita. Dorothée Viviane Thérese Maier, solitaria signora, di aspetto teutonico, di accento francese, intelligente, indipendente, di gusti colti e raffinati ben nascosti sotto il grembiule della tata.

Nasce a New York il 1° febbraio 1926, secondogenita di Charles Maier e Maria Jaussaud, rispettivamente di famiglia austriaca e francese. Nel 1929, dopo la separazione dei genitori, Vivian si trasferisce con la madre nel Bronx.

Condividono un appartamento con Jeanne Bertrand, una nota fotografa dell’epoca che accende la passione di Vivian per la fotografia. Trascorre la sua giovinezza tra la Francia e New York, e viaggiando per tutto il Nord America.

Nei primi anni Cinquanta è di nuovo in Francia, per il riscatto di un’eredità, e realizza numerosi paesaggi e ritratti degli abitanti della valle di Champasaur.

Rientrata dall’Europa, visiterà Cuba, il Canada e la California. Qui Vivian Maier inizia a lavorare come governante per guadagnarsi da vivere. Nel 1952 compra la sua prima Rolleiflex.

Nel 1955 comincia a lavorare a Los Angeles, poi l’anno successivo si trasferisce definitivamente a Chicago, dove inizia il suo impiego per la famiglia Gensburg, con la quale resterà per 17 anni. Qui allestisce una camera oscura nel bagno privato messo a sua disposizione.

La professione di bambinaia la accompagnerà per tutta la vita, ma come mezzo per potersi pagare la sua unica, vera passione: la fotografia. Fotografare, infatti, con precisione e tecnica, è per Vivian Maier un vero e proprio bisogno: un modo per conquistarsi un posto nel mondo.

Tra il 1959 e il 1960 viaggia in tutto il mondo (Filippine, India, Yemen, Vicino Oriente, Europa meridionale, e Francia per l’ultima volta). Nel decennio 1970-1980 scatta fotografie a colori con la sua Leica e realizza filmati da 8mm e 16mm.

Da sottolineare come il suo approccio cinematografico sia strettamente collegato al suo linguaggio come fotografa: è tutto una questione di esperienza visuale e silenziosa osservazione del mondo che la circonda.
Filma ciò che la riporta all’immagine fotografica; zooma con le sue lenti per avvicinarsi senza spostarsi e focalizzare un atteggiamento o un dettaglio. I film possono avere carattere documentale (un uomo arrestato) oppure contemplativo (la strana processione di pecore nel mattatoio di Chicago).
Nel 1999-2000 mette in un magazzino la sua consistente collezione di libri, ritagli di giornali, pellicole e stampe, sequestrati dopo alcuni anni per regolare l’affitto non pagato. È praticamente senza lavoro e le sue risorse sono scarse.

La famiglia Gensburg affitta un appartamento per ospitarla. Muore a Chicago il 21 aprile 2009, nell’anonimato più totale.

Caso eccezionale di scoperta postuma, Vivian Maier è considerata tra i maggiori esponenti della street- photography, genere per lo più sconosciuto durante la sua epoca.

La definizione di street-photography, al di là della traduzione letterale di fotografia di strada, corrisponde ad una delle tante classificazioni in generi della fotografia.

Questa ricchezza espressiva, unita a uno spirito documentario, caratterizzato da una certa austerità tecnica, e il desiderio di mantenere una chiarezza di racconto, potremmo dire che sono alla base del grande reportage che vedrà apparire sulle scene fotografi come Henri Cartier Bresson, Robert Capa, Eugène Smith.

Come tutti i grandi autori, il lavoro della Maier esce dalla rigida etichettatura, come quella di street-photography, e va aldilà di una serie di competenze – tecniche e linguistiche – perché non solo le singole fotografie sono dotate di senso e perfettamente composte, ma l’intero corpus acquisisce una capacità narrativa).

“Dopotutto, i pasti sono stati cucinati, i piatti lavati e le tazze lavate, i bambini mandati a scuola ed entrati nel mondo. Tutto è scomparso. Nessuna biografia o storia ha una parola da dire su tutto questo.” (V. Woolf, Una stanza tutta per sé)

Nel suo tempo libero, Vivian Maier ha fotografato strade, persone, oggetti, paesaggi: in sostanza, ha registrato ciò che, improvvisamente, le è capitato di vedere.

Lei è capace di catturare il suo tempo in una frazione di secondo. Narra la bellezza delle cose ordinarie, cercando impercettibili crepe e vaghe inflessioni di autenticità nella banalità quotidiana.

Il suo mondo è quello degli altri, degli sconosciuti, della gente anonima. Il corpus delle sue fotografie è una sorta di “diario segreto”, che custodisce il suo interesse verso la quotidianità, il tempo, i volti e i gesti delle persone.
Vivian Maier registra in maniera compulsiva tutto ciò che vede e non mostra mai i suoi scatti. Il suo sguardo attento e acuto è capace di ritrarre le persone, cogliendo al meglio l’emozione fuggevole.

Tutto è ispirazione per lei, e i suoi temi ricorrenti sono le scene di strada, i ritratti di sconosciuti così come quelli delle stelle del cinema, e i bambini. La spontaneità delle sue fotografie, tra New York e Chicago, rende il suo stile ancora oggi attuale. Il suo punto di vista, unico e personale, coglie dettagli apparentemente banali ma pieni di significato.
Dallo studio dei suoi scatti si nota che quando i suoi protagonisti provengono dai ceti poveri, consente loro una certa distanza, come a determinare un rispettoso distacco, mentre per i membri dell’alta società o per i divi dello spettacolo non ha la medesima accortezza, mette anzi in atto azioni di disturbo, in modo che vengano ritratti infastiditi.
Una straordinaria artista, che per tutta la vita non si è mai considerata tale, capace non solo di padroneggiare il linguaggio visivo della sua epoca, ma di farlo con una sensibilità del tutto nuova e originale.

Afferma Ann Morin, curatrice di diverse mostre sulla fotografa americana:

“Ciò che sorprende nella storia di Vivian Maier è come questa donna da una parte accetti la sua condizione di bambinaia e, allo stesso tempo, trovi invece la sua libertà nell’essere qualcun altro, la fotografa di strada Vivian Maier; questo dualismo, generato dallo scontro tra le due anime, ha dato vita a una vicenda senza paragoni nella storia della fotografia, che anche in questa mostra (come nelle altre che l’hanno preceduta) viene raccontata
attraverso i ritratti dell’autrice.”

La Maier ha infatti una predilezione per gli autoritratti, che abbondano nella sua produzione con una moltitudine di forme e di variazione. Ha decisamente anticipato i tempi come percorritrice dello scatto finalizzato a immortalare se stessa.

Il suo riflesso davanti alle vetrine dei negozi o davanti a uno specchio, la sua ombra che si estende a terra, o il contorno della sua figura: come in un lungo gioco a nascondino, tra ombre e riflessi, in una continua affermazione della sua presenza in quel particolare luogo, in quel particolare momento.

Caratteristica ricorrente è l’ombra, diventata una firma inconfondibile nei suoi autoritratti. La sua silhouette, la cui componente principale è il suo attaccamento al corpo, quel duplicato del corpo in negativo “scolpito dalla realtà”, ha la capacità di rendere presente ciò che è assente.
Vibian Maier
Come sottolinea Marvin Heiferman:

“Seppur scattate decenni orsono, le fotografie di Vivian Maier hanno molto da dire sul nostro presente. E in maniera profonda e inaspettata.

Molti di noi condividono il suo stesso desiderio e il suo impulso di fare fotografie e, grazie alla tecnologia digitale a nostra disposizione, oggi lo possiamo fare. Se con Facebook, Flickr, Instagram, oggi siamo in grado di produrre immagini e con un semplice click proiettarle in tutto il mondo, l’innegabile talento di Vivian Maier, abbinato al fermo proposito di mantenere la propria attività di fotografa come una questione privata, ci affascina e al tempo stesso ci confonde.

Non può però sorprenderci: in un’epoca in cui la fotografia viene ridefinita, cambiano anche gli autori che troviamo più interessanti e stimolanti.

Proprio come la Maier, noi oggi stiamo semplicemente esplorando il nostro rapporto con il produrre immagini ma, attraverso la fotografia, definiamo noi stessi.”

Oltre che col b/n, Vivian Maier si cimenta anche con la fotografia a colori. Il passaggio al colore è accompagnato da un cambiamento dovuto all’utilizzo della Leica, all’inizio degli anni Settanta. La macchina è leggera, facile da portare: le foto sono scattate direttamente all’altezza dell’occhio, a differenza della Rolleiflex che usava prima.

Vivian è così in grado di raccogliere il contatto visivo con gli altri e catturare il mondo nella sua realtà colorata. Il suo lavoro a colori rimane singolare, libero e giocoso.

Esplora le caratteristiche specifiche del linguaggio cromatico con una certa casualità, elabora il proprio linguaggio, ma soprattutto si diverte con il reale: sottolineando contrastanti dettagli colorati, mostrando le bizzarrie multicolore della moda e scherzando con brillanti contrappunti.

“Era eccentrica, forte, determinata, colta e incredibilmente riservata. Indossava un cappello largo, un vestito lungo, un cappotto di lana, scarpe da uomo e un passo deciso.
Una macchina fotografica intorno al collo ogni volta che usciva di casa. Faceva ossessivamente foto, ma non le mostrava mai a nessuno…”

Vivian è misteriosa perché le sue opere sono state rese note soltanto dopo la sua morte.
Curiosa e affascinante è la storia del ritrovamento di questo “tesoro”. Nel 2007, l’agente immobiliare americano John Maloof compra casualmente all’asta, per l’irrisoria cifra di quattrocento dollari, l’intero contenuto di un magazzino: diversi scatoloni contenenti svariate centinaia di negativi. In seguito, sviluppandoli nel tempo, si accorge che sono dei capolavori, farà una lunga ricerca su di lei (tardiva, perché nel mentre Vivian era già morta), da cui negli ultimi anni sono nati numerosi libri, documentari, film, mostre e articoli.
In particolare, il docu-film “Finding Vivian Maier”, di Maloof e Siskel, ha riscosso un grande successo e l’ha resa celebre, quasi un mito.
La produzione fotografica di Vivian Maier consta di oltre 150.000 negativi, super 8 e 16mm, diverse registrazioni audio, alcune fotografie e centinaia di rullini non sviluppati.
Trent’anni di scatti, dai primi anni Cinquanta agli Ottanta, una bulimia di vita guardata e prelevata per le strade.
Il motivo per cui non mostrava mai a nessuno le sue fotografie resta un mistero, ma sappiamo che per anni ne stampa moltissime. Poi si interrompe improvvisamente, forse per mancanza di denaro per la camera oscura, forse la necessità di fotografare prende il sopravvento su quella di produrre immagini, non è dato saperlo.

E così decine di migliaia di negativi non stampati e rullini non sviluppati si accumulano nelle sue scatole di scarpe.
“La fotografia è anche un desiderio impellente di appropriazione del mondo”, scrive Susan Sontag, e Vivian Maier ha scelto di vivere una speciale e personalissima relazione col mondo attraverso la fotografia.

Una relazione che forse si risolve tutta e felicemente nel momento della ricerca, dello sguardo, dell’incontro, dello scatto e non ha bisogno di altre
conferme. Senza la consapevolezza di essere destinata a diventare una vera e propria icona della storia della fotografia.

A Vivian Maier, la scrittrice Francesca Diotallevi ha dedicato un romanzo, Dei tuoi occhi solamente, edito nel 2018 da Neri Pozza.

 

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