“Carissimo orologio” di Cristina Casillo

“Carissimo orologio” di Cristina Casillo

Carissimo

“Carissimo orologio” di Cristina Casillo

Contest Lettere al Femminile

Carissimo

Carissimo,

mi rivolgo a te come si fa solitamente con gli amici. Ci incrociamo ogni giorno mentre vado al lavoro; ti guardo senza riuscire a pronunciare una sola parola, mentre i pensieri viaggiano da oltre quarant’anni.

Lo so, avresti voluto essere come tutti gli altri, nascosto in un cassetto o sotto a un polsino. In cucina a indicare il momento giusto per cucinare la pasta o nei monumenti per impreziosirne la facciata. Siete tutti diversi e uguali nel vostro ruolo: scandire dozzine per dare tempo a un giorno. Del tempo sei esperto anche se il tuo si è fermato.

Per anni hai guidato i passanti. Bastava un’occhiata e suggerivi quando accelerare o rallentare il passo, chiamare la moglie o persino l’amante. La tua vita era fatta di attimi e di gente in movimento.

Ora senti il peso del destino. Hai un ruolo ben definito, chiaro e simbolico. Sei condannato a ricordare il giorno più doloroso di una città. Nessuno ti rivolge un sorriso. Sei ferro e vetro.

Dal 2 agosto 1980, alle ore 10,25 hai una memoria, cosa che hai sempre avuto evanescente o quasi impercettibile, perché tutto si rinnovava con un giro di lancette. Un minuto, due minuti, o venti prima, non esistevano più. Per te c’era solo il dopo che meccanicamente e con avidità cercavi. Era tutto ciò che ci si aspettava da te, nulla di più.

Passi veloci, fila agli sportelli, annunci, tanta gente in attesa del viaggio verso una vacanza. Il bus numero 37 scaricava in continuazione passeggeri che facevano capolinea sotto di te per sapere quanti minuti ancora ci sarebbero stati per leggere, per fumare, per bere una bibita prima della partenza. Tu eri parte di loro e lo sei sempre stato fino a quando una fortissima esplosione si è portata via tutto. Una nuvola di polvere gigantesca che, svanendo nell’aria bruciante di quella mattina, ha lasciato davanti agli occhi spaventati e increduli un cumulo di macerie: cemento, ferro e vetro.

Quel bus si trasformò in pochi minuti da mezzo pubblico pieno di vita a enorme carro funebre. L’autista non trasportava più gli schiamazzi dei ragazzi, sguardi maldestri e colpevoli di chi ha appena attaccato il chewing gum sotto il sedile o con pennarello indelebile imbratta qualche postazione con il nome della ragazza del cuore. Povero conducente, in pochissimo tempo è passato dal caricar vita a caricare e scaricare morte. E di te cosa rimase? Un vetro rotto, due lancette e numeri.

Tutti avrebbero voluto il silenzio ma le ambulanze, i camion dei vigili del fuoco non potevano arrendersi. Passarono diverse ore prima della resa: c’erano vite da salvare.

Un attentato terroristico che ha fatto vedere a noi, gli adulti del 2000, uno scenario di guerra che solo attraverso i racconti dei nonni sopravvissuti all’ultimo conflitto mondiale avevamo immaginato.

Furono 85 i morti e 200 i feriti. Un dolore che la nostra città porta con sé. Un mantello nero e pesante di cui non ci siamo ancora liberati e mai lo faremo.

Cerchiamo ancora la verità e mi chiedo se oltre alle lancette ferme si fossero nascosti occhi, cosa avresti potuto raccontare.

Saremo forti come ferro e fragili come vetro quando, prima del silenzio che ci farà abbassare la testa, i nostri tristi sguardi saranno rivolti ancora una volta a te.

Cristina, quella che passa con il bus numero 30 alle 8,15

 

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