Elena Ferrante. Poetiche e politiche della soggettività – di Isabella Pinto

Elena Ferrante. Poetiche e politiche della soggettività – di Isabella Pinto

Elena Ferrante. Poetiche e politiche della soggettività – di Isabella Pinto

Recensione di Veronica Sicari

Elena Ferrante

Elena Ferrante. Poetiche e politiche della soggettività è un saggio di Isabella Pinto, edito da Mimesis nel 2020.

In Elena Ferrante. Poetiche e politiche della soggettività, Isabella Pinto analizza approfonditamente le opere scritte finora da Elena Ferrante, a torto considerate – da un certo tipo di critica – letteratura rosa, nell’accezione più negativa del termine.

Al contrario, così come dimostra Isabella Pinto nel suo lavoro, le opere della Ferrante si inseriscono a pieno titolo nella letteratura femminile italiana, traendo ispirazione dalle diverse correnti del femminismo sviluppatesi già a partire dal secondo dopoguerra.

Il saggio di Isabella Pinto, rielaborazione della prima ricerca dottorale italiana dedicata all’autrice, è distinto in tre parti: mitopoiesi, diaspora e performatività, alle quali si aggiungono le conclusioni e un capitolo bonus track sull’ultimo romanzo dell’autrice.

Nella parte denominata mitopoiesi, il saggio sottolinea come la Ferrante, attraverso una riscrittura dei miti, riesca a ricreare una genealogia femminile non fallocentrica, mostrando dunque di inscriversi, per certi versi, nella corrente del femminismo della differenza di matrice francese, in Italia diffusa da Adriana Cavarero, utilizzando la narrazione del rapporto madre-figlia in un’ottica femminile.

Ed è così, che Isabella Pinto inizia la sua analisi da L’amore molesto, primo romanzo edito di Elena Ferrante.

Protagonista del dramma è Delia, quarantenne napoletana emigrata a Roma, ed il suo ritorno nella casa dell’infanzia dopo la misteriosa morte della madre Amalia.

Questo ritorno nei luoghi del passato permette alla Ferrante di affrontare il complesso rapporto filiale tra le due, riproponendo una rilettura in chiave femminista del mito di Demetra.

Delia recupererà una diversa immagine della madre, attraverso la rielaborazione dei propri ricordi, superando quell’immagine tramandatale dalla narrazione patriarcale.
La memoria dell’immagine materna è un sito denso di significato, che eccede le griglie interpretative patriarcali a cui si affidava Delia prima di un percorso di liberazione narrativo, a nostro avviso simile alla pratica di decolonizzazione dello sguardo elaborata dal femminismo radicale italiano.

Seconda opera oggetto di analisi è I giorni dell’abbandono: anche qui, assistiamo alla rielaborazione di un mito, quello di Medea, così come tramandatoci da Euripide, e successivamente riscritto da Christa Wolf.

La protagonista del romanzo, Olga, si trova ad affrontare la separazione dal marito e le conseguenze del suo abbandono.

Così come Medea che, trapiantata dalla sua Colchide a Corinto per seguire il proprio uomo, anche Olga lascia la sua Napoli per la città di Torino, divenendo anch’essa straniera nella sua nuova casa. E come la nipote della maga Circe, viene abbandonata dall’uomo per il quale ha rinunciato alla propria terra.

Dalle parole di Ferrante sappiamo che I giorni dell’abbandono si configura come una storia di destrutturazione femminile, a partire dal tema della sottrazione dell’amore.

Mettendo ulteriormente a punto la funzione mitopoietica delle proprie narrazioni, Elena Ferrante racconta questo tema attraverso un ampliamento della dimensione mitologica, non più limitata a quella greco-latina: della cacciata dal paradiso terrestre, passando per Medea, Didone, la figura di Anna Karenina di Lev Tolstoj, il racconto Una donna spezzata di Simone de Beauvoir e La principessa di Cléves di Madame de La Fayette.

Queste eroine femminili (mitologiche e letterarie) condividono il racconto di una delle più grandi paure che risiede nell’ordine simbolico del padre, ovvero la ribellione della figura della donna attraverso atti estremi, come l’infanticidio o il suicidio, i quali vengono riletti da Ferrante come unici atti di resistenza possibile in situazioni di estrema oppressione.

La Ferrante ci mostra la ferinità della madre-abbandonata, che non arriva comunque a commettere l’infanticidio tramandatoci da Euripide. Ciò che assume rilevanza, è l’emersione del lato abietto della genealogia femminile, la cd. madre cattiva.

Lato abietto del femminile che trova spazio anche nelle protagoniste femminili di La figlia oscura e La spiaggia di notte, nelle quali trova ingresso la bambola, simbologia che ritroveremo anche nella tetralogia de L’amica geniale.

La seconda parte, diaspora, è dedicata all’analisi di quella che è stata l’opera più fortunata di Elena Ferrante, vale a dire il ciclo de L’amica geniale.

L’opera, suddivisa in quattro libri, narra l’amicizia femminile tra due donne napoletane, Lila e Lenù, dall’infanzia fino alla vecchiaia.

Qui sono presenti le tematiche già utilizzate dalla Ferrante nelle opere precedenti, come il rapporto difficile e disfunzionale madre-figlia, la presenza dirompente e oppressiva del potere maschile sulla vita delle donne e il tema della bambola quale simbologia di passaggio.

Il rapporto di amicizia femminile raccontato di Elena Ferrante non pone le due protagoniste in una posizione di parità reciproca, ma di vera e propria disparità, nel quale si alternano, nel corso del racconto, momenti di identificazione reciproca e di disindentificazione.

La storia di questa amicizia al femminile non viene raccontata sempre in rigoroso ordine cronologico: questa scelta, insieme all’utilizzo di un linguaggio semplice, che mantiene la struttura dialettale, ha lo scopo di elaborare uno stile ben preciso: la scrittura emotiva, o scrittura della smarginatura.

A tal proposito, Isabella Pinto riporta le parole della stessa Ferrante, contenute ne La frantumaglia:

“Dobbiamo parlare di come il dolore modifica l’immagine del tempo. L’insorgere della sofferenza annulla il tempo lineare, lo spezza, ne fa vorticosi scarabocchi. […]
L’andamento che ordina eventi è il solo momento dell’accumulo di energia prima di unanuova tromba d’aria.

Un’immagine, questa, che mi torna utile: permette di pensare a un tempo del dolore che ci investe avanzando a vortice, ma anche a una scrittura delle emozioni che sia sonorità del respiro, un vento dei polmoni che, producendo musica, fa roteare relitti d’epoche diverse e infine mulinando passa.

Ed è proprio nel ciclo de L’amica geniale che Elena Ferrante crea il concetto di smarginatura, che viene definito come uno scardinarsi delle forme e del tempo, e che investe in particolare Lila, che tra le due protagoniste è quella che cercherà la propria autodeterminazione, la fuga da un universo maschile patriarcale e violento attraverso una vera e propria auto-cancellazione di sé.

Nella terza e ultima parte del saggio, Isabella Pinto analizza La frantumaglia, L’invenzione occasionale e i testi di autoritratto e autocommento di Elena Ferrante, nei quali la stessa autrice fornisce le linee guida di comprensione della sua poetica. E nei quali si affronta la scelta della Ferrante di mantenere un assoluto anonimato sulla sua persona.

In queste due opere, emerge la volontà dell’autrice di proporre quella che può essere definita “realfinzione”. Per dirlo con le parole di Isabella Pinto:

“[…] l’autrice porta al suo estremo paradosso il “patto autobiografico”, ovvero il rapporto tra di omonimia tra autore, narratore e personaggio, proponendo un particolare continuum, affermativo, tra realtà e finzione, la “realfinzione”. […]

In questo contesto, l’autobiografia è il genere che paradossalmente più si allontana e più si avvicina alla poetica di Ferrante: si allontana in quanto genere letterario che pretende di raccontare i veri fatti e la pura verità sulla vita extraletteraria di chi scrive; si avvicina perché l’autrice usa tutti i meccanismi e le tecniche proprie di questo genere letterario per costruire un’immagine d’autore in grado di svolgere le funzioni di veridizione e di valorizzazione attivate dal “patto autobiografico”.

Così facendo Elena Ferrante sostituisce l’atto di auto-riflessone con quello di autofinzione, che intepretiamo come pratica diffrattiva per leggere e creare a un tempo se stessa e il mondo.

Il saggio di Isabella Pinto fornisce, quindi, un’interessantissima analisi sull’opera letteraria della Ferrante, a metà tra la critica letteraria e quella filosofica, destinata non soltanto agli addetti ai lavori, ma anche a chiunque abbia amato e vissuto le storie narrate dall’autrice – presumibilmente – napoletana.

Ciò che è certo è che la scrittura di Elena Ferrante, chiunque essa sia, è stata in grado di dare voce agli ultimi tra gli ultimi, ossia le donne, mostrando la storia dal loro punto di vista, liberandole dal silenzio patriarcale che troppo spesso ne ha soffocato le parole.

Attuando il principio, di natura strettamente femminista, secondo cui la narrazione è un vero e proprio atto politico.

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Sinossi

All’incrocio tra critica letteraria e filosofia, il volume esplora la scrittura di Elena Ferrante e il rapporto tra soggettività e narrazione, individuando tre diverse partizioni.

Mitopoiesi ilegge il rapporto mitologico madre-figlia che percorre L’amore molesto, I giorni dell’abbandono, La figlia oscura e La spiaggia di notte, per pensare altrimenti le relazioni di disparità, approdando alla “storicizzazione delle genealogie femminili”.

Diaspora esamina L’amica geniale, scorgendo nella “fantasia di autofiction” un dispositivo narrativo che permette di accedere alle temporalità in divenire delle soggettività in fuga.
Performatività setaccia La frantumaglia e L’invenzione occasionale, facendo emergere un’ “autorialità diffratta”, che articola un’inedita istanza narrativa – polifonica e relazionale – del Global Novel: la “narratrice traduttrice”.

Questo volume rende così visibile come Elena Ferrante – voce femminile e, al contempo, affermativamente depersonalizzata – si inserisca in un “multiverso temporale transfemminista”, dove solo le soggettività impreviste e postumane sono in grado di trasformare il potere dello storytelling in potenza poethica.

Titolo: Elena Ferrante. Poetiche e politiche della soggettività
Autore: Isabella Pinto
Edizione:

 

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