Canta, spirito, canta – di Jesmyn Ward

Canta, spirito, canta – di Jesmyn Ward

Canta, spirito, canta – di Jesmyn Ward

recensione di Maria Fiorella Suozzo

canta spirito

Canta, spirito, canta è un romanzo di Jesmyn Ward edito da NN Editore nel 2019.

Se leggere ci permette davvero di vivere altre vite, quella che ci propone di vivere Jesmyn Ward attraverso la sua scrittura è ancorata alle emozioni forti, alla dimensione familiare quasi mai declinata in chiave affettivo-romantica, sempre alla ricerca di un’autenticità: scava nel profondo delle contraddizioni, dei traumi e dei malesseri della società americana, soprattutto sul tema del razzismo.

E se vivere altre vite ci permette, almeno in quei momenti di grazia sospesi dal tempo presente che la lettura ci dona, di raggiungere una diversa e più ampia comprensione dell’essere umano e dei tempi passati e presenti, allora i romanzi di Jesmyn Ward rientrano sicuramente tra le vite che vale la pena vivere.

Canta, spirito, canta è il secondo libro della trilogia di Bois Sauvage, località fittizia, ma vivida e pulsante, del golfo del Mississippi. Tra spettri ricorrenti, sincretismo religioso cristiano-animistico e la realtà cruda e durissima che hanno dovuto affrontare le famiglie più povere negli anni successivi all’uragano Katrina, apprendiamo la storia di Leonie, giovane donna nera tossicodipendente, e dei suoi figli Jojo e Kayla.

In questa narrazione on the road verso il carcere di Parchman, dove il padre (bianco) dei bambini sta per essere rilasciato, le voci alternate di Leonie e di Jojo, il figlio maggiore, raccontano i loro drammi individuali, ma si annida tra un capitolo e l’altro l’ombra più grande e terribile della storia del razzismo negli Stati Uniti.
Compare infatti qui e lì un capitolo raccontato da Richie, che è a tutti gli effetti il terzo protagonista della storia: Richie è uno spirito inquieto, incatenato a Parchman fino all’arrivo di Jojo, che porta con sé un amuleto (un gris-gris) preparato dall’amato nonno Pop.

E la voce, la presenza volatile di Richie infesta tutto il racconto, come l’altro spettro, il fratello di Leonie morto in un falso incidente di caccia che era semplicemente un modo per coprire l’ennesimo episodio di un razzismo tutt’altro che sotterraneo: ucciso da un compagno col quale aveva fatto una scommessa, perché quello non poteva sopportare di aver perso contro un nero.

La narrazione, qui, è polifonica: non è difficile immaginare un filo che, tra i cantori del Novecento americano, collega Jesmyn Ward a Faulkner, passando anche per lo spettro dell’Amatissima di Toni Morrison (e non sono legami da poco: lo osservano, tra i vari, The New Yorker e The Guardian).

Ogni generazione di questa famiglia si trascina lo stigma e i traumi della generazione precedente, e sembra che non ci sia soluzione a questo circolo vizioso.

I nonni di Jojo appartengono a una generazione più stabile, ancora in armonia con la natura, ma questo non li salva affatto: Mam sta morendo di cancro, a nulla servono le sue erbe curative e le sue preghiere alle “Dee”, la vergine Maria e Mami Wata; Pop porta sulle spalle il peso di alcuni anni trascorsi a Parchman, dove aveva conosciuto Richie e non era riuscito a salvarlo.
Da parte sua Leonie non è una donna cattiva, ma risulta comunque un personaggio sgradevole e il lettore è chiamato a compiere un forte atto di empatia e immedesimazione per comprendere le sue ragioni di madre distratta, del tutto dimentica dei bisogni dei suoi figli, consumata in egual misura dal dolore per la morte di suo fratello e dall’amore totalizzante verso il compagno, ma anche dalla mancata accettazione da parte della famiglia di lui.

Jojo assume su di sé le responsabilità paterne nei confronti della sorellina piccola, con cui vive quasi in simbiosi: un rapporto d’amore fraterno fortissimo e tenero, inaccessibile a Leonie, che i bambini non chiamano mai ‘mamma’ ma soltanto per nome.

Quel filo sottile di speranza, che in Salvare le ossa era affidato proprio ai legami familiari e comunitari, in questo romanzo si affievolisce ancora di più, rimane solo nei canti e nelle voci di tutti gli esseri viventi, che Mam, Pop, Jojo e persino Leonie sono in grado di ascoltare.

C’è come una magica, sottile correlazione tra le cose, che non può essere spezzata ma è sempre più facilmente ignorata, e trovare il giusto spazio affinché gli spiriti possano ancora cantare è l’unico modo, se non per salvarsi, almeno per spezzare il circolo del dolore che si trasmette di generazione in generazione.

Nascosta tra un dramma familiare e l’altro, la storia più autentica è anche la più faticosa da raccontare, quasi indicibile: per questo Jesmyn Ward la affida non a una nonna-sciamana, né a un nonno pieno di ricordi, rimpianti e d’amore e neppure a un bambino cresciuto troppo presto. Soltanto uno spettro la può raccontare.
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Sinossi

Jojo ha tredici anni, e cerca di capire cosa vuol dire diventare un uomo.

Vive con la madre Leonie, la sorellina Kayla e il nonno Pop, che si prende cura di loro e della nonna Mam, in fin di vita.

Leonie è una presenza incostante nella vita della sua famiglia.

È una donna in perenne conflitto con gli altri e con se stessa, vorrebbe essere una madre migliore ma non riesce a mettere i figli al di sopra dei suoi bisogni.

Quando Michael, il padre di Jojo e Kayla, esce di prigione, Leonie parte con i figli per andarlo a prendere.

E così Jojo deve staccarsi dai nonni, dalla loro presenza sicura e dai loro racconti, che parlano di una natura animata di spiriti e di un passato di sangue.

E mentre Mam si spegne, gli spiriti attendono, aggrappati alla promessa di una pace che solo la famiglia riunita può dare.

Dopo “Salvare le ossa”, Jesmyn Ward torna nel suo Mississippi, una terra in cui il legame con le origini, i vincoli di sangue e la natura sono fatti di amore e violenza, colpa e speranza, umanità e riscatto.
Titolo: Canta, spirito, canta
Autore: Jesmyn Ward
Edizione: NN Editore, 2019

 

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