Intervista a Domenico Garofalo, autore di Parole sporche

Intervista a Domenico Garofalo, autore di Parole sporche

Intervista a Domenico Garofalo, autore di Parole sporche

a cura di Barbara Gabriella Renzi

parole sporche

Parole sporche puliscono l’anima
dalla sporcizia del restare fermi,
senza parlare,
sotto il fango e la melma che nasconde.
Parole sporche puliscono dall’inchiostro
nero dei lutti e quello rosso del sangue.
Parole sporche che mi svegliano in piena notte,
mi chiedono di ascoltarle.
Parole sporche siamo tutti noi.

Domenico Garofalo lavora come Informatore medico scientifico. Dopo anni passati a gettare nel cestino i suoi scritti, decide nel 2013 di far pubblicare la prima silloge poetica Acquarelli.

Con le scuole Medie di Messina indice un concorso per pubblicare nel suo prossimo libro alcune delle poesie composte dai ragazzi.

Ha pubblicato le sillogi poetiche Cambio matita, Caffè schiumato, Parole sporche e DIO è in mutua: posso aiutarti? e il romanzo Chiedi alla neve

Nasce da una sua idea, in tempo di COVID19, la corrente letteraria dei “Poeti Emozionali”.

Oggi è nostro ospite per il salotto di Cultura al Femminile.

Sono molto contenta che hai accettato di essere intervistato. E anche onorata.
Partiamo dal titolo: Parole sporche. Quando le parole sono sporche?

Ciao Barbara e grazie a te del tempo e spazio che mi doni.

Le parole diventano sporche quando non le esprimiamo, non le verbalizziamo, tenendole chiuse in noi per paura o vergogna di far del male, inimicarsi, far soffrire persone a noi più o meno care.

Restano dentro e si sporcano di tutti i conflitti che poi andiamo a vivere giorno per giorno.
Quando escono, quasi in turbine di passione e dolore, ci accorgiamo che è tardi e che dobbiamo fare un grosso lavoro per ripulirle. Nel mio caso è stato un viaggio di andata, e fortunatamente di ritorno, della mia anima nell’inferno delle mie ipocrisie.

 

So che sei l’ideatore della “corrente emozionale”, raccontaci di questo tipo di poesia.

Sì, grazie per averlo sottolineato.
La corrente letteraria dei poeti emozionali è nata, nella notte tra l’otto e il nove giugno, in tempo di covid19. Questo tempo che viviamo, mi ha portato la consapevolezza che mai come ora abbiamo bisogno di vivere, di provare emozioni in tutto ciò che facciamo.

La poesia può venirci in aiuto laddove il poeta, che si emoziona quando scrive, riesce in un bagno d’umiltà, a trasmettere e far vivere alle genti che lo ascoltano e che lo leggeranno, delle emozioni. Non necessariamente le stesse, ma emozioni.

Emozioni di tutti i generi, e usando un eufemismo, come scrissi tempo fa in una mia poesia, il vello cutaneo si alza, la classica pelle d’oca, ecco.

 

Quindi per te scrivere poesie significa…

Significa sentire il battere del cuore (noi ci facciamo poco caso durante il giorno, io per primo), quando i pensieri, i sentimenti, le emozioni appunto, diventano schizzi d’inchiostro e parole che resteranno nel tempo. Sulla carta dei libri, sulla pelle delle persone. Entrando infine nel cuore, nel petto, battendo all’unisono con il ritmo della vita.

“Parole sporche puliscono l’anima
dalla sporcizia del restare fermi,
senza parlare,
sotto il fango e la melma che nasconde.”

 

Ecco vorrei sapere di questa melma.

 

Come ti ho detto prima, tutto quello che per mancanza di coraggio non esterniamo. La melma e il fango diventano cattivi compagni di viaggio, che lavorano affinché tutto resti così come è, portandoci solo giorni grigi e tristi e vuoti.

 

“Settembre e la colazione”: raccontaci questa poesia, se le poesie possono essere raccontate.

Con questa domanda mi fai venire un tuffo al cuore.
Ricordi della mia infanzia e parte della adolescenza, dove le scuole iniziavano a metà ottobre.
Le giornate erano ancora calde e dopo la colazione si correva giù nei cortili a giocare con gli amici.
E i quaderni erano i nostri diari segreti, l nostri amici invisibili.
Pensa che mentre scrivo, mi ritorna il profumo della marmellata e del latte caldo.
Anche queste sono emozioni e ti ringrazio perché mi hai fatto tornare indietro nel tempo.

 

In “Pozzanghere” scrivi:

“Ascolto le mie parole,
per ritrovarmi solo con le mie parole.”

Devo dire che succede anche a me, ma vorrei capire bene cosa intendi.

In molte mie poesie appare questo sostantivo, pozzanghere. Acqua per lo più piovana e sporca, un preludio a tutto il libro a tutta la sofferenza che è scritta in quelle pagine.

Fin da piccolo ci convivevo, in quanto amavo alla follia, saltare nelle pozzanghere con grande disappunto di mia madre. Erano belli quei tempi però.

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