Aphra Behn o la divina Astrea – first lady della letteratura.

Aphra Behn o la divina Astrea – first lady della letteratura.

Aphra Behn o la divina Astrea - first lady della letteratura

Aphra Behn o la divina Astrea – first lady della letteratura.

Di Romina Angelici

Aphra Behn (1640-1689) – notare l’epoca di cui parliamo – ha un nome strano, origini incerte e dubbia moralità, ma è considerata la prima donna della letteratura inglese.

Virginia Woolf che nel saggio Una stanza tutta per sé ne isola la figura per darle il giusto e meritato riconoscimento come la precorritrice del romanzo.

La signora Behn era una donna della classe media, dotata di tutte le virtù plebee di umorismo, vitalità e coraggio; una donna costretta dalla morte del marito e da certe sue disavventure ad ingegnarsi per guadagnarsi la vita. Dovette lavorare sullo stesso piano degli uomini. Con un lavoro durissimo riuscì a guadagnare abbastanza per tirare avanti[1].

Aphra Behn o la divina Astrea - first lady della letteratura

Aphra Behn – non solo donna

E le sue opere non mancarono di far discutere sia perché erano scritte da una donna sia per i loro contenuti.

Poeta, scrittrice, drammaturga, traduttrice di lavori letterari e scientifici (conosceva il francese, l’italiano e lo spagnolo), Aphra Behn è una voce assolutamente singolare nel panorama letterario dell’epoca in cui visse, nonché l’autrice più prolifica e famosa del suo tempo. La “divina Astrea”, così veniva chiamata dai suoi ammiratori, era arnica di Dryden, Congreve, Etherege, di tutti i maggiori drammaturghi di quell’epoca.

Astrea era la dea vergine della giustizia, dell’innocenza, della purezza e della precisione, ambasciatrice della futura Età dell’Oro.

Aphra è la prima donna inglese che scrive per denaro, guadagnandosi l’appellativo di “poetessa prostituta” proprio perché vende il suo ingegno anziché il suo corpo.

Ella stessa dirà di scrivere “per il pane” ma anche per la gloria, “per la mia parte mascolina, per il poeta che c’è in me“.

Come autrice di teatro, ella non agì diversamente da come aveva agito Shakespeare, riesumando intrecci e storie già esistenti e manipolandoli con il proprio genio sino a trarne degli ottimi lavori teatrali; come scrittrice, indagò in modo originale e spregiudicato le classi sociali, la politica, i rapporti tra i sessi e tra le razze.

Una menzione speciale va fatta per Oroonoko, or the royal slave, basato sulla sua permanenza nella colonia olandese del Suriname.

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Aphra Behn precorre i tempi

Si tratta infatti del primo romanzo “abolizionista” e traccia uno dei primi esempi della figura del “nobile selvaggio” in letteratura. Aphra scrive questo testo in tono colloquiale, dialogando di continuo con il lettore, assicurandolo di essere stata presente ai fatti e fornendogli una quantità impressionante di dettagli su tutto ciò che cade sotto il suo sguardo, dal paesaggio agli ornamenti che i personaggi indossano.

Il principe schiavo parla attraverso l’io narrante femminile: la schiavitù non è criticata in modo diretto, ma la figura di Oroonoko è ritratta in modo così positivo rispetto alle figure dei colonizzatori da non lasciare adito a dubbi[2].

Delle origini si hanno poche notizie, forse occultate da lei stesse: nata a Wye, Kent, nel 1640, figlia di un barbiere Johnson. Passò la sua adolescenza nelle Indie Occidentali; al suo ritorno nel 1658 sposò il Behn, un olandese, che la presentò e introdusse alla corte di Carlo II.

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Aphra era bella, intelligente, arguta e maestra dell’arte più apprezzata a quei tempi, quella del conversare. Si racconta che intrattenne spesso il re ed i nobili di corte con i suoi racconti delle esperienze vissute nel Surinam. Non abbiamo quasi nessuna notizia di suo marito, si pensa quindi che sia morto molto presto, forse vittima della catastrofica peste di Londra del 1666. Aphra non parlò mai di lui nei suoi scritti, possiamo quindi immaginare che, appena tornata dal Surinam, allora ancora molto giovane, fosse stata obbligata a questo matrimonio dai parenti e che non fu un’unione felice. A confermare questa supposizione sta il fatto che, quando scrivendo divenne famosa, in tutte le sue commedie condannò con insistenza i matrimoni fatti per interesse e stipulati dietro la pressione dei parenti[3].

Aphra Behn o la divina Astrea - first lady della letteratura

Aphra Behn diventa scrittrice

Nel 1666, durante le guerre con l’Olanda, essendo già vedova, fu mandata ad Anversa come spia del governo; ma i suoi servizi erano pagati miseramente e pare che fosse anche incarcerata per debiti. Da qui la decisione di scrivere per sostentarsi.

Nel 1670 venne rappresentata la sua prima commedia The forced marriage (Il matrimonio forzato). Le sue opere teatrali venivano replicate anche per cinque o sei giorni, e questo era un grande successo in quell’epoca, anche perché l’autore riceveva compensi solo a partire dalla terza replica (!) e quelle di Dryden non venivano rappresentate mai più a lungo di una settimana.

Scrisse veramente di tutto dimostrando una vivace facoltà inventiva e costruttiva: commedie, romanzi, poesie, e alcune traduzioni, ma la sua fama riposa sulle sue opere teatrali, che comprendono tragedie, commedie e farse, ricche di dialoghi arguti e di perpetuo buon umore.

L’accusa di oscenità era dovuta ai temi trattati nelle sue commedie dove parlava esplicitamente di relazioni sessuali e prostituzione. Argomenti del resto trattati anche dai suoi colleghi uomini ai quali era invece consentito e guardato con simpatia.

Aphra se ne infischiava e nelle sue opere continuava a parlare di omosessualità e del ruolo marginale e subalterno della donna nella società, di cui era emblema il matrimonio forzato. L’omosessualità è una presenza costante nelle sue opere, coerente con la sua vita in cui, dopo la morte del marito, ebbe amanti di entrambi i sessi. Divenne oggetto di insulti feroci da parte dei critici e censurata per tutta la sua vita, piuttosto complicata e avventurosa[4].

Nella prefazione alla commedia Sir Patient Fancy (1678) così Aphra risponde alle critiche che in questo senso le erano venute proprio da altre donne:

Ho stampato questo lavoro con tutta la fretta e l’impazienza che deve avere chi vuole giustificarsi di fronte alle sciocche ed ingiuste calunnie che una donna può inventare per gettarle su un’altra, e che mi sono state procurate solo dal mio essere donna.

Hanno detto che questo lavoro è licenzioso – la manchevolezza minore e maggiormente scusabile negli scrittori maschi, ai cui lavori esse accorrono, come se ci andassero per nient’altro se non per udire ciò che condannano nel mio – e che provenendo da una donna ciò sarebbe innaturale.

Ma come una così cruda offesa sia nata nelle loro menti io non ho neppure modo di immaginarlo.

Fuori dalla norma fu la vita che condusse, la produzione letteraria, l’intelligenza vivace e il genio che riversò nelle sue opere e non ultima,  la strada che aprì a tutte le donne che desideravano prendere una penna in mano e vivere semmai di quella.

Morì nel 1689 e fu sepolta, non senza polemiche, nell’angolo dei poeti all’interno dell’Abbazia di Westminster.

Tutte le donne insieme dovrebbero cospargere di fiori la tomba di Aphra Behn, che si trova assai scandalosamente ma direi giustamente, nell’abbazia di Westminster, perché fu lei a guadagnare loro il diritto di dar voce alla loro mente. È lei – quella donna ombrosa e amorosa…[5]

 

[1] Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, N&C, 1993, Roma p. 62.

[2] Articolo di Maria G. Di Rienzo: https://digilander.libero.it/dirienzo/storia/behn/behn.html

 

 

[3] http://efferivistafemminista.it/2014/11/la-donna-manda-al-diavolo-il-poeta/

[4] Articolo di Elettra Pellegrini: http://www.sentieristerrati.org/2020/07/18/aphra-behn-anticonformista-e-fustigatrice-dei-costumi-del-tempo/

[5] Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, N&C, 1993, Roma p. 63.

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