La linea del colore –  di Igiaba Scego

La linea del colore –  di Igiaba Scego

La linea del colore –  di Igiaba Scego

Recensione di Veronica Sicari

linea colore

La linea del colore è un romanzo di Igiaba Scego, edito da Bompiani nel 2020.

L’intenso libro di Igiaba Scego è pervaso dai colori: quelli vivi e sfacciati dell’assolato Sud America, le calde tonalità africane, le nuances popolari della campagna romana.

Ma il colore predominante, presente in ogni singola pagina, è certamente quello della pelle delle due protagoniste.

Quel nero che in tempi passati disumanizzava esseri umani e li rendeva inerti e privi di diritti dinnanzi allo Stato e agli altri uomini. Li rendeva oggetti, compravenduti e posseduti, al pari delle bestie.
Quel nero che, incredibilmente, ancora oggi provoca sospetto, resistenze. Ingiustificata ostilità.
Abbiamo abolito la schiavitù.
Abbiamo riconosciuto dignità a tutti gli esseri umani.
Abbiamo siglato dichiarazioni ed elenchi di diritti inviolabili.
Eppure, quel colore continua a rappresentare, in un modo più subdolo, e per questo più complicato da stigmatizzare, un marchio indelebile di infamia, capace di condizionare il futuro di chi lo possiede.

La storia si dirama su due piani temporali differenti: il 1887, anno della strage di Dogali, quando in Eritrea, terra lontana, cinquecento italiani perderanno la vita nella folle smania colonialista; e il nostro presente, nel quale l’abbattimento delle frontiere e la libertà di movimento sono privilegi sono per chi nasce nella parte giusta del mondo.
Igiaba Scego dà voce a due donne, vissute in epoche diverse eppure tanto simili tra loro.
Lafanu Brown, afroamericana e nativa, pittrice il cui talento esploderà lontano dalla propria patria, in una insolita Roma, accogliente e multiculturale.
È su quelle strade, frequentando quei salotti che Lafanu poco per volta potrà appropriarsi del proprio corpo, tutto intero. Le mani, la mente, gli occhi. Il gusto, il tatto, senza paura di perdere sé stessa.

Ma solo dopo aver espiato l’atavica ed ingiustificata colpa essere nata con la pelle nera.

È dalle cicatrici impresse sulla sua esistenza che darà forma alla sua arte, regalando al mondo il suo sguardo, tutto teso a dar voce alla sua gente e alle loro sofferenze.

“Perché essere neri significava ancora una volta avere a che fare con le catene che laceravano la nostra carne. Significava, come dice Ta-Nehisi Coates in Between the Word and Me, vivere nella costante paura di perdere il corpo”.

Leila, afroitaliana, curatrice d’arte, che nel seguire le tracce di Lafanu scopre sé stessa, il suo senso di appartenenza ad un popolo oppresso.

Ed in un presente che apparentemente sembra essersi lasciato alle spalle i pregiudizi e le barbarie di un passato coloniale, la storia di Lafanu rivive nel dramma di Binti, cugina somala di Leila, che attraverso il deserto tenta di raggiungere il sogno europeo di libertà.

Come la pittrice, anche la giovane scoprirà sulla sua pelle le contraddizioni di un mondo che è senza frontiere solo per chi ha la fortuna di nascere col passaporto giusto.

“Dicono che la Libia sia un pozzo nero. Che da lì non riemergi più. Io non lo so dire, in Libia nemmeno ci sono arrivata. Mi hanno azzannata prima. Ma ecco, cugina, dimmi tu che senso ha andare nei villaggi a dire alla gente di non partire. Io non lo potrei mai dire a un mio coetaneo.
Perché ci vogliono togliere quello che loro – i bianchi, gli occidentali, quelli con il passaporto forte – hanno? Possono girare il mondo in lungo e in largo.

E vogliono che noi invece non muoviamo un passo. Hanno paura di essere contaminati dal nostro sangue nero? È quella la paura che hanno i
bianchi in Occidente? Dimmelo tu, che lì ci vivi. […]

Ecco, io vorrei un mondo dove noi africani avessimo la possibilità di spostarci.

C’è chi vuole studiare, vedere il mondo, cambiare vita. E poi sì, insieme a questo vorrei che nessuno qui in Africa […] dovesse essere costretto a partire perché non ha lavoro e prospettive. C’è anche da rivendicare il diritto a restare”.

 

Leila non saprà trovare risposta a queste legittime domande.

Perché forse nessuno è in grado di farlo. Ma ciò che conta non è la risposta, ma porsi la domanda, affrontare il problema. Chiedersi come sia possibile che un mondo democratico, evoluto, che ha conosciuto gli orrori del genocidio ebraico, e che dalle ceneri di due conflitti mondiali ha trovato la forza di rialzarsi, non sia capace di esser luogo di libertà per tutti, a prescindere dal colore della pelle e dal luogo di nascita.

Ma La linea del colore è anche, e soprattutto, una storia di emancipazione femminile.

Igiaba Scego ha condensato nel personaggio di Lafanu due donne afrodiscendenti, pioniere nel loro campo, realmente esistite.

Si tratta di Edmonia Lewis, scultrice e Sarah Parker Remond, ostetrica e attivista per i diritti umani e femminista, entrambe trasferitesi in Italia dagli Stati Uniti, di cui l’autrice parla diffusamente nella postfazione al libro. Due donne libere e nere, che in Italia trovarono il loro posto nel mondo, laddove la propria patria le aveva ricompensate con una dose inenarrabile di violenze e sofferenze.

Un romanzo, quello di Igiaba Scego, che ci spinge a porci delle domande e a guardare il mondo, il nostro mondo, con occhi diversi. Con gli occhi di chi sogna un avvenire simile al nostro. E di cui avrebbe diritto.
Un romanzo che ci ricorda come la patria possa, per taluni dei suoi figli, esser matrigna e non madre, Di come solo il coraggio di recarci altrove – perché è necessaria una gran dose di coraggio per estirpare le proprie radici e lasciarsi alle spalle tutto ciò che siamo stati fino a quel momento – può permetterci di germogliare e produrre frutti. Di cominciare a vivere.
Le origini non dicono nulla su chi siamo, indicano solo l’inizio del nostro viaggio.

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Sinossi

Finalista Premio Napoli 2020, sezione Narrativa.

Igiaba Scego scrive un romanzo di formazione dalle tonalità ottocentesche nel quale innesta vivide schegge di testimonianza sul presente, e ci racconta di un mondo nel quale almeno sulla carta tutti erano liberi di viaggiare.

“Signorina, l’oceano è gelido d’inverno, si copra bene durante la traversata.” Lafanu non lo guardò nemmeno. Occhi fissi al molo che lentamente ma inesorabilmente si separava da quella nave grassa di passeggeri.

Acqua tutt’intorno. La stessa acqua che aveva visto in ceppi i suoi antenati. E ora lei andava nella direzione opposta a quella degli schiavi. Andava a cercare una specie di libertà.

Quanti di noi scendendo oggi da un treno a Roma Termini ricordano i Cinquecento cui è dedicata la piazza antistante la stazione? È il febbraio del 1887 quando in Italia giunge la notizia: a Dògali, in Eritrea, cinquecento soldati italiani sono stati uccisi dalle truppe etiopi che cercano di contrastarne
le mire coloniali.

Un’ondata di sdegno invade la città. In quel momento Lafanu Brown sta rientrando dalla sua passeggiata: è una pittrice americana da anni cittadina di Roma e la sua pelle è nera.

Su di lei si riversa la rabbia della folla, finché un uomo la porta in salvo.

È a lui che Lafanu decide di raccontarsi: la nascita in una tribù indiana Chippewa, lo straniero dalla pelle scurissima che amò sua madre e scomparve, la donna che le permise di studiare ma la considerò un’ingrata, l’abolizionismo e la violenza, l’incontro con la sua mentore Lizzie Manson, fino alla grande scelta di salire su un piroscafo diretta verso l’Europa, in un Grand Tour alla ricerca della bellezza e dell’indipendenza.

Nella figura di Lafanu si uniscono le vite di due donne afrodiscendenti realmente esistite: la scultrice Edmonia Lewis e l’ostetrica e attivista Sarah Parker Remond, giunte in Italia dagli Stati Uniti dove fino alla guerra civile i neri non erano nemmeno considerati cittadini.

A Lafanu si affianca Leila, ragazza di oggi, che tesse fili tra il passato e il destino suo e delle cugine rimaste in Africa e studia il tòpos dello schiavo nero incatenato presente in tante opere d’arte.

Igiaba Scego scrive in queste pagine un romanzo di formazione dalle tonalità ottocentesche nel quale innesta vivide schegge di testimonianza sul presente, e ci racconta di un mondo nel quale almeno sulla carta tutti erano liberi di viaggiare: perché fare memoria della storia è sempre il primo passo verso il futuro che vogliamo costruire.

Titolo: La linea del colore
Autore: Igiaba Scego
Edizione: Bompiani, 2020

 

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