Camille Claudel: il tragico destino di un’artista

Camille Claudel: il tragico destino di un’artista

Camille Claudel: il tragico destino d’una artista

a cura di Paola Treu

“C’è sempre qualcosa di assente che mi tormenta.” Camille Claudel

Camille Claudel è un’artista francese, condannata a una triste sorte e la cui vicenda biografica è legata indissolubilmente al celebre scultore Auguste Rodin (1840-1917).

Donna scultrice, la più grande del XIX secolo, dal genio creativo straordinario e dal temperamento volitivo ed eccentrico.

“Ha una natura profondamente personale, che attira per la grazia ma respinge per il temperamento selvaggio.” (A. Rodin)

Ci sono due fotografie che segnano le tappe fondamentali della vita di Camille: la prima di César, commissionata da Rodin, che ritrae una giovane e bella artista, dallo sguardo fiero, pronto a sfidare il mondo per stabilire la propria indipendenza.

(“Camille è bellissima! Una fronte superba e magnifici occhi blu, di quel raro blu che si incontra solo nei romanzi.”, scrive il fratello Paul).

Camille Claudel

La seconda, dell’amica Jessie Litcomb, in manicomio, è la foto di una donna anziana, sconfitta e rassegnata.

Camille Claudel
Camille nasce l’8 dicembre 1864, a Fère-en-Tardenois, da una famiglia benestante, e fin da bambina mostra una spiccatissima predisposizione per la scultura.

La sua non è una famiglia felice: lo stesso fratello Paul, noto come poeta, scrittore e diplomatico, racconta che tutti litigano con tutti, di una madre anaffettiva e di un padre rigido e conservatore, ma che approva e sostiene le aspirazioni artistiche dei figli.

Per questo, la famiglia si sposta a Parigi, dove Camille e Paul possono frequentare scuole di qualità.
Nella capitale francese, Camille è ammessa alla progressista Accademia Colarossi, che accetta studentesse e permette loro di dipingere modelli maschili nudi, sotto la guida dello scultore Alfred Boucher e a diciotto anni espone per la prima volta al Salon.

Del 1883 è l’incontro fatale con Auguste Rodin: ne diviene musa, modella, allieva e infine amante, sebbene egli abbia ventiquattro anni più di lei.

La loro sarà una relazione passionale e burrascosa (a confermarlo c’è il loro struggente carteggio), complice anche il fatto che Rodin è già legato a un’altra donna, Rose Beuret (che sposerà nel 1917), madre di suo figlio, poco più giovane di Camille.

A legarli, oltre l’amore, un’intensa complicità artistica e uno stretto sodalizio professionale.

Lo scultore francese è profondamente colpito dal talento di Camille, che ben presto eguaglierà il suo e fiorirà come scultrice originale, tanto da fargli ammettere:

“Le ho mostrato dove trovare l’oro, ma l’oro che trova è tutto suo.”

Scolpiscono insieme (è Camille a modellare le mani e i piedi della Porta dell’Inferno di Rodin) e i loro lavori risentono della reciproca influenza. Dal 1888 iniziano a collaborare da pari, non più come maestro e allieva, quando aprono il loro atelier di scultura a Parigi.

Manifestazione concreta di questo sentimento è La valse (Il valzer), il suo primo capolavoro, di cui esegue diverse versioni, tra il 1889 e il 1905.

Rappresenta una coppia, stretta in un abbraccio amoroso, che balla un valzer appassionato. La musica sembra trascinarli come in un vento impetuoso.

È una grande allegoria dell’amore fisico e del sottomettersi alla volontà superiore dell’eros. La scultura dei due corpi nudi, troppo sensuali, viene però considerata spudorata e suscita scandalo.

La critica si limita a un giudizio mediocre, che vede nelle nudità una creazione moralmente negativa e perciò censurabile. Allora Camille è costretta ad aggiungere un velo che partendo dalla gonna avvolge gli amanti sulla testa, senza tuttavia nascondere la danza peccaminosa.
Dopo dieci tumultuosi anni, nel 1893, Camille decide di porre fine al loro rapporto, avendo definitivamente compreso che mai diventerebbe la moglie di Rodin.

A questo punto, desiderosa di affrancarsi dall’influenza del maestro-amante, intraprende un percorso personale di ricerca e di affermazione della propria identità stilistica.

Certamente, non è una strada facilmente percorribile: è difficile, infatti, per una donna del tempo essere un’artista, per di più scultrice.

Inoltre, il confronto con la scultura di Rodin è costantemente presente nelle cronache e si può immaginare la fatica di Camille per trovare posto nel mondo maschilista dell’arte. Nel 1896 scrive:

“[…] Rodin non ignora che molte persone malvagie hanno osato dire che era lui a fare le mie sculture: perché allora fa di tutto per accreditare questa calunnia?”

e ancora nel 1899:

“Signore, leggo con stupore il suo resoconto del Salon in cui mi si accusa di essermi ispirata a un disegno di Rodin per la mia Clotho. Non avrei problemi a dimostrare che la mia Clotho è un’opera assolutamente originale. […] La prego di pubblicare sul suo giornale la piccola rettifica che le chiedo.”

Dopo la rottura con Rodin, Camille Claudel produce capolavori assoluti: Clotho (1893), La Petite Châtelaine (La piccola castellana, iniziato nel 1893 e poi ripreso nel 1895 e ’98), Les Causeuses (I pettegolezzi, 1897), che spicca tra le sue composizioni più famose, catturando e riportando una scena di vita quotidiana, Sakuntala (1886-’88), ispirato al celebre dramma indiano.

Sono tutte opere che risentono dell’influsso simbolista e arricchite dalle poetiche suggestioni di Camille.

Al culmine della sua carriera, esprime ancora una volta la propria originalità con La Vague (L’onda, 1900), scultura direttamente ispirata all’arte giapponese, Hokusai in particolare, con influenze anche dell’Art Nouveau, e con l’utilizzo di un nuovo materiale prezioso quale l’onice.

Ma, il suo vero testamento artistico è L’Âge mûr (L’età matura, la prima versione è del 1902, la seconda e definitiva è del 1913).

Raffigura una giovane donna in ginocchio e implorante verso un uomo più anziano, che voltato di spalle, si lascia portare via via da un’altra donna, pure matura. Sono facilmente riconoscibili, nella ragazza Camille e nell’uomo Rodin, mentre nell’altra donna forse Rose o forse, più simbolicamente, l’Età o la morte.

Qualsiasi interpretazione si voglia dare, resta un’opera meravigliosa e crudele.
Sono bronzi e marmi che rivelano la capacità di Camille Claudel di dare slancio, movimento e pathos alle immagini scolpite.
Nonostante il palesarsi dei primi segni di un disordine mentale, Camille continua a lavorare ed esporre fino al 1905. Dopodiché, ha inizio l’inesorabile declino: negli anni successivi ha gravi difficoltà finanziarie, ai suoi lavori non viene riconosciuto il giusto valore e ciò acuisce la sua delusione e la sua frustrazione.

Occorre dire che Rodin la sostiene sempre, non le fa mancare un aiuto economico, anche quando sarà internata, e dedica una sala alle sue sculture nella sua casa-museo.
Le condizioni di Camille si aggravano, comincia a soffrire di manie di persecuzione e nel processo di annientamento di se stessa giunge anche a distruggere i suoi lavori.

Il 10 marzo 1913, una settimana dopo la morte del padre, la famiglia, complice la legge, decide di rinchiuderla, malgrado il parere contrario del medico di famiglia.

È prima ricoverata al manicomio di Ville-Evrard, poi trasferita a Montdevergues, vicino ad Avignone, dove resta per trent’anni, fino alla morte avvenuta per stenti il 19 ottobre 1943, in completa solitudine e abbandono. Al suo funerale non assiste alcun parente ed è seppellita in una fossa comune.

Nei lunghi anni di internamento non disegna e non scolpisce più, ma la scultura per Camille è tutto. Scrive alla cugina:

“Lei che conosce il mio attaccamento alla mia arte non può immaginare quanto abbia dovuto soffrire nell’essere di colpo separata dal mio caro lavoro […].”

Di questo periodo doloroso, abbiamo le lettere che lei scrive ad amici e parenti, per chiedere aiuto e spiegare l’ingiustizia che sta vivendo. Sono testimonianze strazianti, che svelano la lucidità della donna reclusa. In una delle sue ultime lettere all’amico Eugène Blot, Camille confida:

“Gli eventi della mia vita riempirebbero più di un romanzo. Ci vorrebbe un’epopea, l’Iliade e l’Odissea, e un Omero per raccontare la mia storia… Sono caduta in un abisso. Vivo in un mondo così curioso, così strano.”

Dalle cartelle cliniche recentemente scoperte, emerge la diagnosi concorde dei medici che Camille non è una paziente pericolosa per sé o per gli altri e che tornare a casa (come lei stessa spera) potrebbe solo aiutarla.

“Se tu mi concedessi soltanto la stanza della signora Régnier e la cucina, potresti chiudere il resto della casa. Non farei assolutamente nulla di riprovevole. Ho sofferto troppo.”,

chiede invano alla madre. Da sempre contro la figlia per il suo spirito libero e il suo stile di vita troppo controcorrente e anticonformista, e probabilmente per arginare altri scandali, di ostacolo alla carriera diplomatica di Paul, la madre si rifiuterà sempre di riaccoglierla.

La reputa, inoltre, colpevole di essersi opposta al destino di moglie e di madre che la società borghese dell’epoca impone a tutte le giovani perbene.

“Mi si rimprovera (crimine orribile!) di aver vissuto da sola, di avere dei gatti in casa, di soffrire di manie di persecuzione! È sulla base di queste accuse che sono incarcerata da cinque anni e mezzo come una criminale, privata della libertà, privata del cibo, del fuoco e dei più elementari conforti. […]

Mia madre e mia sorella hanno dato ordini di tenermi isolata nel modo più completo […] Oltretutto mia sorella si è impossessata della mia eredità e ci tiene molto al fatto che io non esca mai di prigione.”

Il fratello Paul ricorda così l’amara storia della vita della sorella:

“Mia sorella Camille aveva una bellezza straordinaria, e inoltre un’energia, un’immaginazione, una volontà del tutto eccezionali. E tutti questi doni superbi non sono serviti a nulla; dopo una vita estremamente dolorosa, è pervenuta a un fallimento totale.”

Camille Claudel ha pagato un prezzo altissimo e la sua opera, di una sensibilità non comune, è rimasta a lungo oscurata. È la retrospettiva del 1984, al Musée Rodin, che accende l’interesse nei suoi confronti e oggi la sua figura di donna e artista moderna, dall’immenso talento, è pienamente riabilitata.

I suoi lavori sono esposti accanto a quelli diRodin e, a pochi chilometri da Parigi, a Nogent-sur-Seine, un museo, inaugurato nel 2017, le è interamente dedicato.

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