“Virginia” di Emmanuelle Favier

“Virginia” di Emmanuelle Favier

Virginia di Emmanuelle Favier

“Virginia” di Emmanuelle Favier

Recensione di Chiara Minutillo

 

Virginia di Emmanuelle Favier

Il suo desiderio di astrazione a volte è insostenibile, vorrebbe creare delle parole per dire l’indicibile, regalare lo choc di percezione immediata permesso dalla pittura. D’altro canto la pittura è anche un limite, una cornice per lo sguardo, mentre le parole permettono di infilarsi dappertutto contemporaneamente. La scrittura può sposare il movimento, dare conto di un battito d’ali – Virginia non sa ancora che si può dipingere quel battito, anche se lo sfocato in fotografia gliene da l’intuizione, iscrive l’immagine nella durata, fa racconto dell’istante immobilizzato. Ma se invidia Vanessa non è tanto per l’eventuale vittoria della pittura sulla letteratura, quanto perché è già immersa nella creazione, mentre lei riesce solo a bagnarvi un alluce ogni tanto. E l’arte è l’unico rimedio alla sofferenza: Vanessa sì che fa qualcosa del proprio dolore, lo priva della sua assurdità rendendolo fecondo. In questa famiglia disgregata dove non si dice niente, dove non si parla mai delle morte, dove ci si nasconde quotidianamente l’essenziale, in cui si mente su ciò che è più importante, in questa famiglia in cui la parola non si fa mai balsamo perché non dice mai ciò che avrebbe più bisogno di essere detto, per tenere il mostro a distanza non c’è altra soluzione che creare.

Virginia è solo una bambina quando si avvicina alla letteratura e alla scrittura. Fin da piccola, i libri sono la sua maggiore consolazione. La più grande compagnia. Nonostante Virginia non sia sola. Ha numerosi fratelli e sorelle. Una madre e un padre. 

La sua è una numerosa famiglia allargata.

Eppure in Virginia c’è qualcosa di diverso. Una sensibilità che nessuno in famiglia sembra condividere. Tantomeno comprendere. Una sensibilità che viene scambiata per eccentricità, divenendo causa di scontri e incomprensioni. Si tratta di quella ricettività che, da adulta, la renderà una tra le più grandi scrittrici del ‘900.

Ma per ora Virginia è solo Ginia, una farfalla ancora rinchiusa nel proprio bozzolo. Una bambina prima e un’adolescente poi che ancora non sa cosa farsene della propria emotività. Che ancora non riconosce il potenziale dentro di sé. Forse anche perché nessuno l’hai mai riconosciuto prima di lei.

“Virginia” è un romanzo di Emmanuelle Favier, edito in Italia da Guanda nel 2020 è basato sull’infanzia e l’adolescenza di Virginia, divenuta famosa come scrittrice con il cognome del marito, Leonard Woolf.

Conosciuta più per la seconda parte della sua vita, Virginia ci viene qui presentata invece come una bambina creativa, un’osservatrice nata. Una giovane dalla mente talmente acuta che la sua massima aspirazione non è la scrittura fine a se stessa. Virginia desidera trasmettere qualcosa, permettere ai suoi lettori di percepire ciò che lei vede e sente.

“Virginia” è un lavoro fatto di biografia, ma anche di passione. È un romanzo sublime, dallo stile profondo e poetico. Metafore e immagini si susseguono senza posa, offrendo un quadro quasi completo dei primi anni di vita di Virginia Woolf. Della sua crescita e maturità tanto personale come letteraria.

Il linguaggio non è semplice. È attento, ricercato, impreziosito da descrizioni che danno l’idea della psicologia e dei sentimenti di Virginia Woolf.

I fatti veri e propri sono alternati a momenti di riflessione, fatti di ricostruzioni di sentimenti, reali o presunti, ma sempre frutto di un’anima tutt’altro che fredda e insensibile. 

Emmanuelle Favier ci propone il ritratto di una giovane donna insicura e, forse per questo, ribelle, spesso incompresa a causa del suo carattere introverso e dei suoi scherzi, involontariamente, di cattivo gusto. Nessuno ha mai visto in quei comportamenti nulla più che una stravaganza. Nessuno vi ha mai letto la fame di attenzione. Il grido di una mente acuta, sì, ma anche instabile. 

Colpa dei segreti di famiglia inconfessabili. Colpa del conformismo che vede la donna ancora relegata in casa, a occuparsi di the e stoffe. Perché se è vero che Virginia poteva leggere e scrivere, non poteva essere presa sul serio. Perché donna. Perché fragile. Perché un mostro cresce dentro di lei, fin dall’infanzia. E non è disposto a lasciarla andare, divorandola senza che nessuno possa rendersene conto. O senza che nessuno se ne importi. 

In fondo, Virginia cos’era se non una ragazzina con manie di grandezza che una donna non dovrebbe nemmeno immaginare?

Qui fermiamoci per confessare la nostra impotenza e la nostra viltà. Benché sapessimo quanto fosse importante sorvegliare il mostro, abbiamo finito per abituarci ai suoi affioramenti e a malapena gli prestavamo ancora attenzione. Siamo stati dei pessimi testimoni, noi che abbiamo visto solo ciò che volevamo vedere. Stando troppo attenti alla letteratura abbiamo finito per dimenticare che il disagio non è soltanto un materiale, ma freno e impedimento e occasione mortale. Abbiamo finito per dimenticare che l’arte non salva da tutto. La nostra impotenza sta tutta nel nostro oblio dello sfondo e di quel che può racchiudere di brulicante e lacustre, del bokeh dove pesano i fichi, l’albero genealogico, le ingiunzioni, gli incesti, la follia che circola nei rami come sangue corrotto. La nostra impotenza sta tutta nella nostra ostinazione a trascurare quello sfocato che avevamo deciso di vedere solo come artistico.

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Sinossi

Nell’elegante dimora signorile di Hyde Park Gate, fra tende pesanti e carta da parati scura, nasce Adeline Virginia Alexandra-Stephen. Miss Jan – come ama farsi chiamare – cresce all’ombra della cultura austera del padre e della bellezza fragile di una madre eterea.

Muovendosi tra le stanze buie di quella casa e quelle più ariose della villa di famiglia sulle verdi coste della Cornovaglia, Miss Jan, penultima di otto fratelli, interroga gli oggetti alla ricerca della propria identità, e osserva il turbinio della vita intorno a lei nel tentativo di comprendere quel mondo che tanto la attrae e tanto la illude.

In quelle stanze cresce, si innamora, legge, scrive e lotta contro le regole dell’Inghilterra vittoriana, che le impongono un futuro di moglie e madre. E così, nella continua ricerca di un luogo in cui costruirsi al di fuori degli sguardi altrui, Miss Jan si appresta a diventare Virginia.

La prosa di Emmanuelle Favier disegna un ritratto che restituisce la malinconia amara, la solitudine, gli slanci di un animo inquieto e ribelle: un romanzo di formazione che racconta la crescita artistica e personale della Woolf, e insieme un omaggio letterario a una delle voci femminili più importanti e paradigmatiche del Novecento.

Titolo: Virginia
Autore: Emmanuelle Favier
Editore: Guanda, 2020

 

 

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