NON PER ME SOLA. STORIA DELLE ITALIANE ATTRAVERSO I ROMANZI – di Valeria Palumbo

NON PER ME SOLA. STORIA DELLE ITALIANE ATTRAVERSO I ROMANZI – di Valeria Palumbo

NON PER ME SOLA. STORIA DELLE ITALIANE ATTRAVERSO I ROMANZI – di Valeria Palumbo

Recensione di Veronica Sicari

non per me sola

Non per me sola. Storia delle italiane attraverso i romanzi è un saggio di Valeria Palumbo, pubblicato da Editori Laterza nel luglio 2020.

Con Non per me sola. Storia delle italiane attraverso i romanzi, Valeria Palumbo compie un’opera lodevole. Rievoca, dal silenzio che le aveva assorbite, la voce di innumerevoli scrittrici italiane.
Donne che attraverso la loro mirabile penna hanno lasciato traccia del loro passaggio nel mondo letterario. Ma non solo.
Attraverso la viva voce di autrici che conoscevano lo stretto, severo e asfissiante codice morale ed etico dentro il quale le donne erano costrette a districarsi, perché vissuto sulla loro stessa pelle, riusciamo finalmente ad ascoltare l’altro lato della storia.

Quello taciuto e silenziato dal tracotante paternalismo maschile del quale le nostre autorevoli fonti e antologie si sono fatte portavoce.
Sono tanti gli uomini della nostra letteratura che hanno scritto di donne. Che hanno tracciato personaggi femminili tarati sui canoni del tempo. Ma queste donne di carta poco o nulla avevano a che spartire con quelle in carne ed ossa, pensieri e pulsioni, che condividevano quel tempo.

Perché la voce che ne narrava le vicende non era la loro. Perché l’occhio che le scrutava era quello maschile.

Possediamo decine e decine di romanzi di eroine tragiche, ribelli o posate, indomite o ammaestrate.
Angeli del focolare, madri pronte al sacrificio che si contrappongono a donne androgine, vogliose di libertà e per ciò solo esecrate ed esecrabili. Molte di queste, morte per amore, agnelli sacrificali immolati sull’altare dell’ordine sociale.
Sconosciamo, perché espunte dai testi scolastici, storie di donne scritte da donne, e dunque più reali. Storie diverse dalla retorica patriarcale.

Valeria Palumbo, dunque, ha scelto di narrare il mondo femminile proprio a partire dagli scritti dimenticati di queste artiste. La sua analisi, dettagliata e appassionata, sempre agganciata al filo della storia, ci permette di scoprire se il mondo raccontatoci fino ad oggi fosse lo stesso per entrambe le metà del cielo.

L’autrice spiega che

“ciò che più conta è che le scrittrici hanno raccontato in modo diverso fenomeni sui quali gli uomini sono riusciti a imporre il proprio bizzarro e spesso incompetente monopolio culturale.

Per esempio, sulla maternità. Sono loro, come ha ben spiegato Marina D’Amelia nel bel saggio La mamma, che hanno insistito sul concetto di maternità come sacrificio a vita. E per di più felicemente accettato dalle donne. […] Per questo abbiamo scelto le scrittrici: perché hanno mostrato. E perché, poi, sono state spesso dimenticate.

Aggiungeva la stessa Aleramo: ‘Chi leggerà tutte queste pagine, dopo la mia morte? deciderà di distruggerle tutte? O potrà ricavarne qualche frammento di lucida intuizione?’. La speranza non è soltanto quella di salvare da un interessato oblio pagine bellissime. Ma anche di contribuire a riscrivere il canone.

A scuola, nelle antologie, nei dibattiti, nelle collane allegate ai giornali, nelle citazioni e nelle rievocazioni, persino nelle intitolazioni di sale, strade, teatri, istituzioni, musei e biblioteche, le intellettuali non possono più mancare”.

Ogni singolo capitolo, Valeria Palumbo passa in rassegna, attraverso le citazioni di saggi e romanzi, diversi aspetti del mondo al femminile. L’autrice inizia affrontando uno dei temi più complessi, radice profonda della condizione di inferiorità sociale e giuridica delle donne nel corso dei secoli: il potere dei padri, fratelli e tutori sulle figlie, sorelle, allieve.

Prosegue parlando di amore, per poi approdare alle aberranti e inumane condizioni lavorative delle donne. O, per quanto riguarda alle donne di famiglie ricche e aristocratiche, alla loro inattività imposta, alienante e mortificante.
Ma affronta, tra gli altri, la libertà di movimento, negata se non sotto stretta sorveglianza, l’istruzione agognata e vietata, soprattutto in certi ceti sociali, o mortificata dalla impossibilità di sfruttarla.
Si parla di matrimoni imposti, spesso con uomini abietti o totalmente disinteressati e delle difficoltà della maternità, che erano tutt’altro che quel gioioso sacrificio del mito maschile tramandatoci nei secoli dagli autori.
I capitoli che appaiono più commoventi sono quelli dedicati alla violenza sessuale in tempo di guerra e alla monacazione forzata.
Sugli stupri, oggi riconosciuti, anche a livello internazionale, come reati contro la persona, e se compiuti in tempo di guerra, come vere e proprie armi, la Palumbo pone a raffronto due opere.

Da una parte, il monumentale La storia, di Elsa Morante; dall’altra La ciociara, di Alberto Moravia.

Sebbene entrambi i romanzi parlino di stupro subito durante il periodo bellico, diverso è il modo di guardare non soltanto alla violenza, alla sua natura, ma soprattutto alla reazione della vittima.
Ne La ciociara, Rosetta, stuprata dai soldati nordafricani, è una vittima. La violenza sessuale di gruppo subita le distruggerà la vita, e le renderà impossibile stare al mondo.
Nel passaggio in cui viene raccontato lo stupro della ragazza, si contrappone la sua vicenda a quella della madre, Cesira, che scampa alla violenza soltanto perché il suo stupratore, nella foga del momento, la percuote talmente tanto da farla svenire.
Al contrario, Rosetta, aggredita da più uomini, rimane cosciente per tutto il tempo della violenza.
Vive fino in fondo, consapevole, l’oltraggio subito.

Moravia considera impossibile stuprare una donna inerte perché svenuta, in quanto
“si sa che è difficile maneggiare una donna svenuta” (sono le stesse parole dell’autore).

Affermazione che si pone, come è evidente, al di fuori di ogni logica. Lo stesso Codice penale, già in vigore all’epoca in cui venne scritto il romanzo, all’art. 410 prevede tra le forme di vilipendio di cadavere, anche quello mediante atti di libidine.

Il concetto espresso da Moravia è diverso, si discosta dal dato reale, empirico, e rientra in pieno in un terribile retaggio, sempre esistito nella cultura patriarcale:

“una frase del genere fa pensare ad una sorta di ‘complicità’: sarebbe proprio la lotta di una donna a resistere allo stupro a renderlo possibile o addirittura istigarlo. Non a caso si è detto a lungo, alle donne, di non opporre resistenza mentre è provato che molti stupratori desistono se la incontrano”.

Rosetta, invece, viene violata, non perdendo i sensi:

“il problema di Rosetta non è tanto quello di essere stata stuprata da un branco: ma di essersene accorta. Non è lo stupro il problema […] ma la sua coscienza, ovvero non è un reato ma una colpa, una questione morale che quindi non si pone se non si è coscienti. Di nuovo, qui si torna al tema della ‘complicità implicita’ assegnata storicamente alle donne”.

Lo stupro come colpa è una delle grandi menzogne del patriarcato: lo stesso Tito Livio, nel raccontare la storia di Lucrezia, che si suicidò dopo esser stata violentata da Sesto Tarquinio, figlio dell’ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbo, ne esalta la virtù, la pone a mito.

“Una donna violentata è ‘contaminata’ per sempre, perché potrebbe portare con sé il seme del nemico, visto che i figli appartengono alla stirpe del maschio”.

Del resto, Moravia elabora e pubblica La ciociara quando in Italia lo stupro era considerato un reato contro la moralità pubblica e il buon costume, e non contro la persona che lo subisce.
Quando, per andare esente da pena, allo stupratore sarebbe bastato sposare la propria vittima. Il matrimonio avrebbe ristabilito l’equilibrio sociale alterato all’offesa ai valori fondanti la morale, consacrando dinanzi agli uomini e la legge l’unione sessuale già consumata.

Il matrimonio riparatore era una condanna all’ergastolo, ma non per l’autore del crimine, ma per la donna che lo aveva subito. Ma era anche l’unico modo, per la donna violata, di poter riguadagnare un posto all’interno della società: una donna stuprata era una donna rovinata per sempre.
Il sistema del Codice Penale fascista, ancora oggi in vigore sebbene ampiamente modificato, resterà tale fino alla fondamentale riforma contro i reati sessuali del 1996.
Lo stupro è qualcos’altro, quindi, a quei tempi, qualcosa che prescinde la donna che lo subisce.
Nelle iniziali intenzioni del suo autore, il titolo del romanzo sarebbe dovuto essere “Lo stupro d’Italia”, perché la violenza di Rosetta altro non era che la violenza dell’intero paese in guerra.
Afferma l’autrice:

“e questo è interessante perché anche a Moravia non interessa Rosetta in quanto tale: la violenza da lei subita è un’offesa al clan. E non una violenza qualsiasi, ma quella sessuale, perché appunto mette a rischio la ‘purezza etnica’ del clan stesso”.

Profondamente diverso, invece, l’approccio alla violenza sessuale di Elsa Morante nel suo La storia. La sua Ida Mancuso, anch’essa violentata da un soldato un tedesco,“non si esaurisce nello stupro”.

Mette al mondo il figlio di quella violenza, Useppe, e lo alleva con amore, come se fosse nato da un rapporto consenziente. È talmente stretto il legame tra i due, che Ida impazzirà quando Useppe non sopravvivrà alla malattia da cui è affetto sin dalla tenera età.

Ida è una sopravvissuta, più che una vittima, come tutte le donne che hanno subito un’aggressione sessuale. Negli anni del secondo conflitto mondiale, lo stupro fu usato costantemente nei confronti della popolazione inerte; e come accade alla Ida della Morante, molte donne partorirono i bambini frutto delle violenze.

Venivano chiamati “i bambini del crimine”, e molti, la stragrande maggioranza di loro furono allontanati dalle madri per volontà dei mariti reduci che tornavano dal fronte.
La Palumbo ricorda l’Ospizio San Filippo Neri dei figli della guerra, sorto nella provincia di Venezia, per evitare gli infanticidi. Ai mariti redivivi non importava che le loro mogli fossero state violate dai soldati: quei bambini, a loro modo di vedere, erano una vergogna da sottacere.
Ma le violenze patite dalle donne non importavano nemmeno alla neo Repubblica: nonostante alcune delle sopravvissute si fossero riunite e organizzate, manifestando per ottenere un indennizzo per i danni subiti durante il conflitto, non furono ascoltate. Il loro coraggio, la loro pubblica ammissione fu guardata con fastidio. Tutti, soprattutto gli uomini, volevano solo dimenticare.

La deputata Maria Maddalena Rossi sollevò la questione in Parlamento: scuoteva così un tabù talmente radicato, che la discussione alla Camera venne fissata alle 21:00.
Nessuna legge prevedeva la possibilità di perseguire queste violenze, né tantomeno di indennizzare le vittime, molte delle quali sopravvissute con gravi malattie veneree e abbandonate a sé stesse in condizioni di estrema povertà. Furono abbandonate a sé stesse.
Solo il 3 luglio 2018, 75 anni dopo, la Procura Militare di Roma ha aperto il primo fascicolo contro le violenze sessuali commesse dai soldati delle truppe coloniali nel 1943-1944.
Ma vi è poco di cui stupirsi: nemmeno le donne che combatterono strenuamente nei reparti partigiani, a guerra finita, riuscirono a vedersi riconosciuto il loro impegno e il loro estremo coraggio, sempre accompagnate dal sospetto che abbracciassero la lotta per la liberazione per amore di un uomo, o per qualche insano altro piacere.

Erano donne che avevano osato sfidare i principi morali del loro tempo, che avevano scelto di comportarsi come uomini, accollandosi il rischio di esser considerate, per ciò solo, prostitute.

“La coltre della colpa e più ancora della sanzione sociale in caso di rapporti sessuali, voluto o subiti che fossero, stendeva sulle donne lo stesso destino: il divieto di muoversi liberamente. La conseguenza era che qualsiasi donna lo facesse era per definizione una prostituta. Accadde anche alle partigiane. E spesso con questa scusa che si impedì loro di sfilare nei giorni della liberazione”.

L’ultimo e commovente capitolo del lavoro di Valeria Palumbo, riguarda le monacazioni forzate, ovvero la pratica, socialmente accettata, di costringere ai voti le figlie che non si intendeva far sposare.

Il matrimonio, infatti, comportava un esborso economico spesso consistente, la dote. La Chiesa era ben consapevole della mancata spontaneità delle vocazioni di queste giovani e giovanissime, ma non interveniva. Al contrario, gli istituti erano ben lieti di accogliere soprattutto le ragazze di famiglie nobiliari, che portavano con sé beni di natura economica.

Per queste, fino ad un certo punto, la vita monacale, sebbene in assenza di vocazione, non era l’inferno che sarebbe diventata successivamente. Ed infatti, con la Controriforma, la situazione di oppressione delle donne nei conventi peggiorò. In questo capitolo, Valeria Palumbo cita la storia di Enrichetta Caracciolo, che nel 1864 scrisse “Misteri del chiostro napoletano”, raccontando, di fatto, la propria storia.

La giovane fu costretta alla monacazione a 19 anni: la sua famiglia aveva l’abitudine, consolidata nei secoli, di monacare tutte le figlie, escluse le primogenite, per risparmiare sulla dote.
La Caracciolo si oppose con tutte le sue forze alla vita in clausura, rivolgendosi in più occasioni al papa, Pio IX, per essere dispensata dai voti. E nonostante esserci riuscita, sebbene dopo diversi anni di vita claustrale, incontrò la seria e crudele opposizione dell’arcivescovo di Napoli, Riario Sforza, che attuò nei suoi confronti una vera e propria persecuzione.
Soltanto con il tempo, e il lento e costante mutamento dell’atteggiamento degli ambienti ecclesiastici, il cui culmine si avrà con il Concilio Vaticano II, la situazione muterà profondamente, mettendo quasi totalmente al bando le vocazioni forzate.

Valeria Palumbo ci racconta anche gli incredibili numeri di queste storie di liberazione:

“Il Concilio Vaticano II è caduto in un momento di profondi cambiamenti culturali e sociali. Per questo coincide con numeri importanti di uscite dai conventi. Tra il 1965 e il 1969 si è calcolato che 6.499 religiose abbiano lasciato il velo, mentre tra il 1970 e il 1974 la cifra è stata di 8.346, per un totale di circa 15 mila (tra religiose di voti perpetui e temporanei e quelle uscite alla scadenza dei voti), quindi circa 1.500 religiose all’anno.

Oggi, in Italia, entrare in convento è senz’altro una scelta molto consapevole”.

Un lavoro fondamentale, quello compiuto da Valeria Palumbo nel suo Non per me sola.

Non si possono, dunque, che condividere le sue illuminate conclusioni:

“Raccontare il mondo vuol dire anche cambiare il punto di vista. Forse anche gli archetipi. Scegliere le scrittrici vuol dire dunque porsi anche il problema di quali siano i ‘modelli’ femminili che il canone continua a imporci, e se non sia il caso di rivederli. E di proporne altri. La risposta è senz’altro positiva. […] Le ragazze, oggi, siedono sulle spalle di giganti. Ed è bene che lo sappiano. E che lo sappiano anche gli uomini, fosse solo per ridurre il loro terrore delle donne forti e i loro pregiudizi nei confronti di quelle ‘devianti’.

Serve per scrivere una storia plurale, più complessa, magari contraddittoria, ma senz’altro più completa. Le scrittrici l’hanno raccontata. Tocca a noi, per costruire un presente più consapevole, il compito di inserirle nelle nostre fonti autorevoli e dare ascolto alla loro voce”.
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Sinossi

Le opere delle nostre scrittrici – da Ada Negri a Elsa Morante, da Grazia Deledda a Luce d’Eramo, da Matilde Serao a Sibilla Aleramo e Anna Maria Ortese – offrono il racconto di un’epopea sotterranea: quella della battaglia durata più di un secolo per garantire alle donne italiane piena cittadinanza.

Dai racconti e dai romanzi di tanta letteratura femminile, troppo spesso esclusa dal canone e quasi dimenticata, emerge un quadro ricco e sorprendente della condizione delle donne in Italia dall’Ottocento a oggi.

Le italiane, come ce le hanno raccontate i manuali di storia e gli scrittori, aderiscono quasi perfettamente agli stereotipi della cultura patriarcale dominante. Sono madri affidabili e mogli fedeli; sono pazienti e rassegnate ai tradimenti; sono forse capricciose e certo poco inclini allo studio e al lavoro; sono caste (salvo poche eccezioni rappresentate da pericolose tentatrici); mettono al centro di tutto la maternità, fino al supremo sacrificio; inseguono sogni d’amore.

Ma già dall’Ottocento i romanzi e i racconti delle nostre scrittrici hanno raccontato una storia diversa: ci dicono di matrimoni di convenienza e di gravidanze non volute, di amori mai liberi e di un sesso vincolato a una morale oppressiva. Soprattutto, offrono straordinari affreschi dei tentativi disperati di conquistarsi spazi di libertà, di studiare e lavorare, di non cedere alla violenza psicologica e fisica della società tradizionale. Ieri come oggi moltissime donne non hanno accettato di essere costrette al silenzio.

Questo libro restituisce finalmente la voce a molte di loro.

Titolo: NON PER ME SOLA. STORIA DELLE ITALIANE ATTRAVERSO I ROMANZI
Autore: Valeria Palumbo
Edizione: Laterza, 2020

 

 

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