“Incertezze di una madre” di Raffaelina Di Palma

“Incertezze di una madre” di Raffaelina Di Palma

foto illustrativa Incertezze di una madre

Incertezze di una madre

di Raffaelina Di Palma

<<È stata una scelta precisa quella di non avere figli: non me la sentivo di fare sacrifici e poi non volevo essere infelice come te, mamma.>>

Con brevi frasi misurate mi hai gelato il cuore.

Percorriamo, io e te, il viale deserto del giardino pubblico inondato da un tiepido sole invernale; il vento fa baruffa tra i nostri capelli e porta via le nostre voci.

La tua frase mi risuona ancora nelle orecchie; mi penetra nel cuore. Non sono più tua madre: in questo momento sono solo un’amica alla quale si confidano i pensieri più intimi.

<<Non ho niente da rimproverarti, mamma, perchè so le rinunce che hai fatto per me.>>

Non ho saputo cosa rispondere: mentre le mie certezze andavano in frantumi mi chiudevo alle spalle, definitivamente, il cancello della giovinezza dietro il quale nascondevo ancora un piccolo spicchio del giardino degli incanti: quel qualcosa che rendeva speciale la mia vita.

Avverto un senso di vuoto. Da quando sei andata via per vivere la tua vita le giornate hanno perso quell’armonia che scandivano il trascorrere del tempo.

Ancora ti sento quando studiavi ad alta voce in camera tua, con la radio tenuta a bassissimo volume: dicevi che ti aiutava a concentrarti.

Adesso guardo la tua vita dal di fuori, da remota spettatrice: il mio ruolo di madre si è esaurito.

Ho vissuto, attraverso te, quel passaggio che dalla giovinezza fervente e allo stesso tempo incosciente mi ha accompagnato verso il periodo più responsabile, ma più tormentato dell’età matura.

Ed eccoli i ricordi; scorci estrosi ai quali non si può dare sbrigativamente il nome di rimpianto. Essi si affollano e riempiono il lungo spazio del tempo trascorso: l’assenza di parole mai pronunciate sono diventate lacrime represse che mi hanno tolto quella “prepotenza”, necessaria,  per essere sospinta  nel flusso della vita.

Per merito o per colpa di un’educazione troppo severa, tesa a nascondere le proprie emozioni,  una vita condizionata da troppi tabù: non ho voluto importi lo stesso modello che era stato imposto a me.

Fu un’estate bella, particolarmente calda: con lunghe giornate senza tempo; mai uguali.

Mi sentivo stranamente ottimista. Era soltanto una sensazione, ma sentivo che la mia vita stava per cambiare.

E poi feci quel sogno… un bel ragazzo in divisa militare mi venne incontro e mi salutò simpaticamente…

Un’emozione profonda mi assale nel ricordare quel periodo. Stavo per compiere diciannove anni; avevo tagliato da poco i miei lunghissimi capelli col biasimo dei miei che mi definirono pazza per aver rinunciato a quella parte di me così bella.

In realtà quello fu il primo gesto di un cambiamento che ora, può sembrare una piccola cosa, ma non lo fu per me, proprio per quella rinuncia.

Quel periodo fu intenso di passione e di emozione: esso fa parte di quella ricchezza interiore di inestimabile valore che illumina, pur tra mille difficoltà, la mia vita.

Un ricordo mi assale…

Mi tengo con le mani alla sbarra del lettino mentre un’ondata di dolore mi travolge; sento il freddo del metallo che mi brucia le dita.

All’improvviso mi sento immersa in un bagno caldo, mi guardo, non capisco, non sento più il mio corpo, l’infermiera grida: << si sono rotte le acque!>> Poi tutto prende un ritmo concitato…

Tutto questo accadde la sera in cui nascesti.

Dopo un tempo che mi sembrò eterno, ti poggiarono sulle mie braccia; ti avevano messo la tutina giallo paglierino, di proposito non avevo voluto né il rosa né il celeste.

Mi colpì il tuo sguardo; i tuoi occhi azzurri spalancati lo rendevano attento e severo.

Avvertii la pienezza che avevi portato nella mia vita: una carica di energia e di responsabilità.

La mia solitudine ho cercato di non fartela pesare, ma tu l’hai avvertita ugualmente, ne hai fatto uno scudo di difesa: è stata una sorta di condizionamento che ti ha portato a fare scelte completamente diverse dalle mie.

Gli scontri non sono mancati tra noi, specialmente quando il tuo carattere forte e indipendente prendeva il sopravvento, ma non sono mancati i momenti di intimità, quando mi raccontavi i tuoi dubbi e le tue incertezze; essi ci appartengono in maniera viscerale. Rimangono, comunque, soltanto nostri.

Se chiudo gli occhi ti vedo bambina e sorrido: ad esempio, quando rimproveravi tuo padre se lo vedevi fumare.

La tua risata argentina rimbalzava sulle difficoltà quotidiane: condividevamo quell’allegra complicità.

Avevo la sensazione di camminare sulle orme di un’estranea, ma poi mi accorgevo che non erano altro che le orme di me stessa: tutto restava sospeso nel tempo, ma lo capii molto più tardi.

Ero troppo presa dall’immagine che gli altri avevano di me: dedita alle persone che amavo senza altro pensiero che renderle felici…quella stanza tutta per me diventava una prigione…

Tra te e me si amplia il respiro generazionale che modifica l’identità senza disperderne la memoria: uscendo insieme da quella Stanza le nostre “visioni” sono diventate realtà.

Alla fine, la stessa Virginia Woolf, dopo l’invito a questo momento di intimità e di riflessione ci invita a uscire: che la “Stanza non diventi  prigione e sepolcro, ma possesso, diritto”…

 

 

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