ALICE LOK CAHANA: l’arte al servizio della memoria

ALICE LOK CAHANA: l’arte al servizio della memoria

ALICE LOK CAHANA: l’arte al servizio della memoria

a cura di Paola Treu

lok cahana
Sono le parole di Alice Lok Cahana, un’artista ebrea di fama internazionale sopravvissuta alla Shoah.

“None of us can hear six million voices at the same time. None of us can imagine the landscape of Auschwitz, Birkenau, Treblinka, Bergen-Belsen and the many other concentration and death camps. None of us can describe the odor of Auschwitz or the pain f a parent whose child was torn away. No words are adequate for this task. The art cannot express it. And still, all of us who survived took a silent oath, made a promise to tell a glimpse of the story. Not to let the world forget. My art and my writing are my Kaddish forthose who did not survive.”

“Nessuno di noi può sentire sei milioni di voci contemporaneamente, tuttavia, tutti noi che siamo sopravvissuti abbiamo prestato un giuramento silenzioso, fatto una promessa di raccontare un assaggio della storia. Non lasciare che il mondo dimentichi. La mia arte e la mia scrittura sono il mio Kaddish per coloro che non sono sopravvissuti.”

Alice Lok Cahana, nasce nel 1929 a Sárvár, in Ungheria. Frequenta una scuola per ebrei, dove viene in contatto con il disegno per la prima volta. La famiglia è proprietaria di una fabbrica di tessuti.
Quando la Germania occupa l’Ungheria, nel 1944, Alice, appena quindicenne, con la madre e la sorella, vengono deportate ad Auschwitz. L’unico a salvarsi è il padre, in quel momento a Budapest, per affari. Arrivate al lager, solo Alice e la sorella sopravvivono alla selezione, mentre la loro madre è condannata subito alla camera a gas.

Le due sorelle vengono mandate in un campo di lavoro a Guben, in Germania, quando i sovietici si stanno avvicinando. Riescono a scappare durante una marcia di gruppo, la famigerata “marcia della morte”, ma vengono scoperte e rinchiuse a Bergen-Belsen, sovraffollato e infestato dalle malattie, che l’artista descrive “come l’Inferno sulla Terra.”

Così ricorda in un’intervista del 1990:

“i morti erano così tanti che non venivano più portati via.
Rimanevano nel campo, dove gli altri prigionieri e i tedeschi li calpestavano. La prigionia era questo: calpestare gli altri, i tuoi compagni, per rimandare forse di pochissimo il momento in cui loro avrebbero calpestato te. E i suoni che regnavano a Bergen-Belsen: un lamento di pianto continuo, che non si fermava mai, continuando giorno e notte. Le preghiere infinite, rivolte verso l’alto e verso gli aguzzini.”

Il campo viene liberato il 15 aprile 1945 dall’esercito britannico. Purtroppo la sorella muore sei settimane più tardi.
Dopo la guerra, nel 1959 Alice si trasferisce definitivamente negli Stati Uniti, a Houston, assieme al marito, con il quale avrà tre figli.

In America, in quel periodo, si sta affermando la “Color Field Painting”, il movimento pittorico astratto basato su una pittura per campiture piatte (di cui il più grande esponente è Mark Rothko). Alice Lok Cahana ne è fortemente colpita, mentre frequenta la University of Huston e la Rice University.

Nasce come astrattista e l’influenza della “Color Field Painting” americana la porta a concentrarsi particolarmente sul colore come soggetto vero e proprio.
La grande svolta per la sua carriera artistica, e per la sua vita personale, avviene nel 1978, quando decide di tornare in Ungheria per visitare Sárvár.

L’artista descrive quest’esperienza come “la più scioccante che ho vissuto dopo l’Olocausto.” Trova la città uguale a come l’aveva lasciata, durante la guerra. Non ci sono monumenti in ricordo delle innumerevoli vittime, non c’è un segno, non c’è nulla. Sembra che tutti si siano già dimenticati della tragedia e siano venuti a patti con quanto accaduto.

Dopo aver assistito a quest a rivelazione devastante, Alice Lok Cahana affronta un profondo cambiamento nello stile pittorico.

Prima di tutto trova uno scopo per la sua arte, che non abbandonerà più: creare per ricordare la Shoah, le vittime, ed evitare a tutti i costi che chi non c’è più venga dimenticato.

“La mia arte oggi riguarda la Shoah perché non ho nessun altro memoriale della mia gente”

Stilisticamente, Alice Lok Cahana abbandona l’astrattismo puro, inizia a sperimentare con il collage, in cui l’autrice utilizza fotografie e pagine stampate sulla tela, su cui poi interviene con la pittura, e inserisce nei dipinti delle frasi. I colori che utilizza sono quasi sempre scuri, terrosi, freddi.

La superficie della tela viene spesso rovinata dall’artista: a volte bruciata, oppure incisa, macchiata, e le immagini applicate vengono graffiate diventando meno leggibili. Si intravedono delle frasi non sempre comprensibili, come fossero preghiere che non hanno raggiunto nessuno.
Una delle sue opere più forti è “No Names”, del 1991, oggi nella collezione fissa dei Musei Vaticani. È uno straordinario esempio della maturità artistica di Alice.

Anche senza conoscere la pittrice e la sua storia, il soggetto e il significato della tela risultano subito chiari. Le rotaie del treno, l’atmosfera cupa e angosciosa e soprattutto i numeri identificativi che si ripetono ossessivamente riempiendo quasi l’intera tela, sono immagini immediatamente riconducibili al dramma della Shoah.

Rappresentano la perdita di identità che subirono tutti coloro che entravano nei campi di concentramento.

“Al nostro arrivo ad Auschwitz, siamo stati ribattezzati senza nome”, le  donne, le identità sono state cancellate. Hanno ricevuto un numero. Tu dai un numero a un animale.

L’opera è un esempio di quell’inserimento di frasi e testi all’interno delle pitture a cui si accennava sopra. (A tale riguardo, vorrei ricordare la figura di Charlotte Salomon, di cui ho trattato in un precedente articolo: “Charlotte Salomon, un talento artistico scomparso nella Shoah”). La scrittura è sempre stata una parte fondamentale nell’attività creativa dell’artista, che ha pubblicato degli scritti a partire dal 1945, quando ancora si trovava in un centro di riabilitazione in Svezia, dopo la fine della guerra.

Il collage, come lei stessa confida, è il mezzo espressivo più adatto a tirare fuori le immagini che è stata costretta a vedere e vivere, convinta che il suo lavoro debba riguardare la trascendenza dello spirito umano, la spiritualità contro il male.

“No names” resta l’unica opera d’arte sulla Shoah nei Musei Vaticani; è l’ultimo quadro chee si vede prima di entrare nella Cappella Sistina.

Alice Lok Cahana è scomparsa il 28 novembre 2017, a 88 anni, dopo aver contribuito alla creazione di opere che agiranno da memento per il futuro, evitando che i milioni di innocenti uccisi durante la Seconda Guerra Mondiale possano essere dimenticati.

I suoi lavori sulla Shoah sono riconosciuti a livello internazionale e sono esposti nei Musei dell’Olocausto di Houston e di Washington e posseduti da diversi collezionisti privati.

 

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