Un amore. Uno solo di Lorenzo Bottone

Un amore. Uno solo di Lorenzo Bottone

Un amore. Uno solo

Un amore. Uno solo di Lorenzo Bottone

Era una domenica d’inizio primavera. Avevo passato la notte sveglio. Prigioniero del silenzio che regnava ovunque. Soprattutto dentro di me. Mi era caduta addosso una valanga. Ero vivo ma mi sentivo rotto in mille pezzi. Volevo piangere per alleviare quell’agonia pungente. Ma non ne avevo la forza. Una statua inerme. Affogavo nel tentativo di trovare una spiegazione razionale ai miei perché che, rimbombando ovunque, mi avevano stordito.

Ero riuscito a dormire un’ora. Forse due. Mi risvegliai che era giorno. La testa gonfia come un pallone pronto a esplodere. Ebbi almeno il buon senso di non torturarmi ulteriormente dopo la notte passata. Mi concessi una tregua e decisi di uscire. Le giornate si erano allungate e il clima si era addolcito. L’aria profumava delle gemme degli alberi e dei fiori appena sbocciati. Respirai profondamente e cominciai a camminare a passi lenti. Poi mi sedetti su una panchina e iniziai a fissare la strada. Era come se, d’un tratto, mi fossi svuotato di tutto.

D’improvviso udii un rumore familiare e distinguibilissimo. Lanciai uno sguardo e vidi un’auto grigia che scavallava il curvone e prendeva ad avvicinarsi. Capii immediatamente che si trattava di lei. In quei pochi istanti non riuscii a elaborare niente per evitare che mi vedesse. La fuga non aveva senso perché sarebbe riuscita a capire comunque che ero io.

Rimasi lì. Abbassai lo sguardo ma conservando la possibilità di vedere quando sarebbe sfilata. Chissà, magari si sarebbe fermata e mi avrebbe detto che le parole della sera prima erano figlie di un momento di nervosismo. Di sconforto. E che si scusava per avermi fatto piangere. Perché sa quanto sia sensibile riguardo alla nostra relazione. E come possa bastare un niente per farmi piangere. Ci conoscevamo da tre anni e avevamo affrontato di tutto prima di arrivare a dirci quel che sentivamo realmente. E a darci un bacio. Il nostro primo bacio. Non poteva, improvvisamente, dimenticare tutto. Archiviare la nostra storia infinita e cancellarmi dalla mente e dal cuore. Sapevo che non poteva essere così. Perché anche io conosco lei. Le sue titubanze. Il rimangiarsi tutto e tirarsi indietro per eccesso di paura. Il poco fidarsi anche di chi le dimostra qualcosa di vero.

E il mio amore lo è. Tanto che non si accontenta di essere un semplice amore. Neanche un amore per tutta la vita. Nemmeno l’unico ed esclusivo. No. Il mio amore per lei esige l’eternità. Senza pause. Senza soste. Senza distacchi. Un amore. Uno solo. Eterno. Può un amore vero avere altro fine se non l’eternità? Può un amore possente non far desiderare di fondersi in una cosa sola con la persona amata? Se così non fosse non sarebbe amore. Sarebbe un’altra cosa. Chiamata in qualsiasi modo si voglia. Ma non amore. Non quello che intendo io. Che è vita. Che produce vita. E che non è estinguibile. Perché non proviene da nessuna realtà umana. Un amore basato su capacità umane sarebbe solo fantasia. Un’illusione. Un fallimento già prima di cominciare.

Era a qualche metro da me. Sentii il motore ronfare ulteriormente aggressivo. Mi aveva visto sulla panchina ma non ritenne conveniente fermarsi. Non volle nemmeno voltarsi a guardarmi. Il tempo per pensare era stato poco anche per lei. Suonò il clacson, premette sull’acceleratore e sfrecciò via lasciandomi alle spalle. Era giorno. Ma per me, fu di nuovo notte fonda.

 

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