Maria L’Ebrea – la prima donna alchimista della Storia

Maria L’Ebrea – la prima donna alchimista della Storia

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Maria L’Ebrea – la prima donna alchimista della Storia

di Antonia Romagnoli

Maria l’Ebrea è stata la prima donna alchimista della Storia, e al suo nome sono legate invenzioni ancora oggi in uso. Ma chi era Maria?

Maria L’Ebrea

Maria (Miriam) o Maria l’Ebrea, conosciuta anche come Maria la Profetessa (in latino: Maria Prophetissima ), ci viene presentata dagli scritti dell’autore gnostico cristiano Zosimo di Panopoli, del IV secolo, i cui testi sono fra i più antichi libri di alchimia esistenti.

Nella sua narrazione, Maria L’ebrea visse tra il I e ​​il III secolo d.C. ad Alessandria. French, Taylor e Lippmann la elencano fra i primi scrittori alchemici, datando le sue opere non più tardi del I secolo.

Zosimo descrisse molti degli esperimenti e degli strumenti di Maria ed è quasi sempre menzionata come vissuta nel passato, descritta come “una dei saggi”.

George Syncellus, un cronista bizantino dell’VIII secolo, presentò Maria come insegnante di Democrito, che aveva incontrato a Menfi, in Egitto, nell’età di Pericle (480 a.C.).

Il “Kitāb al-Fihrist” di Ibn al-Nadim del X secolo citò Maria come uno dei 52 alchimisti più famosi e affermò che era in grado di preparare il caput mortuum, noto oggi come viola cardinale una varietà viola di pigmento di ossido di ferro ematite, utilizzato ancora nei colori ad olio e nei coloranti per carta. Era un colore molto popolare per dipingere le vesti di figure religiose e personaggi importanti. Gli Arabi la conoscevano come la “Figlia di Platone” – un nome che, nei testi alchemici occidentali, era riservato allo zolfo bianco.

I suoi insegnamenti sono noti grazie alle citazioni di autori successivi, tra cui il Dialogo di Maria e Aros sul magistero dell’alchimia, che ci è giunto per vie traverse grazie alla lunga citazione da un anonimo filosofo cristiano.

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Qui Maria sembra essere identificata addirittura come la sorella di Mosè e Aronne e presentata in un dialogo con un misterioso personaggio, Aros  (che potrebbe essere addirittura Horus), che da lei apprende preparazioni e nozioni.

Nel Dialogo sono descritte le operazioni che diventeranno fondamento dell’arte alchemica e sono esposti i cosiddetti “Assiomi di Maria” che ricalcano le quattro fasi alchemiche (Melanosi, nigredo, “Opera al nero”: elemento terra, notte, inverno. Leucosi, albedo, “Opera al bianco”: elemento acqua, alba, primavera. Xantosi, citrinitas, “Opera al giallo”: elemento aria, giorno pieno, estate. Iosi, rubedo, “Opera al rosso”: elemento fuoco, tramonto, autunno). Il Primo recita; «L’uno diventa il due, il due diventa il tre e per mezzo del terzo si compie l’unità».

Le opere di Maria l’Ebrea

Sebbene a noi non sia giunta alcuna opera scritta da questa scienziata d’altri tempi, è certo che abbia scritto moltissimi libri, che hanno letteralmente fondato le basi dell’alchimia.

Secondo il Dialogo sopra citato, Maria descrive, per la prima volta, un sale acido e altri acidi e ha messo a punto anche diverse ricette per ottenere l’oro dalle piante (la mandragora, ad esempio).

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L’Alchimista e la Filosofa.

Maria L’Ebrea era alchimista, ma anche filosofa e inventrice.

Nelle sue opere ha descritto i metalli, e cercato di padroneggiarne le caratteristiche. Li descriveva come corpi, anime e spiriti. Credeva che i metalli avessero due generi diversi e unendo questi due generi insieme si poteva creare una nuova entità. Unendo insieme le diverse sostanze aveva intuito si potesse ricavare un’unità di sostanze diverse.

Era questo che esprimeva nel suo primo principio, che oggi potremmo considerare a metà fra un’osservazione fisico chimica della natura e nello tempo un concetto filosofico, tanto che persino Jung lo utilizzerà nei suoi studi.

Maria l’Ebrea sorprendente inventrice

A Maria sono attribuite varie invenzioni, la cui più famosa e importante porta il suo nome…

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Bagnomaria

Il sistema di bagnomaria (balneum alchemicum), tutt’ora usato nelle preparazioni alimentari e in laboratorio prende proprio da lei il suo nome.  Si tratta di una tecnica che limita la temperatura massima di un contenitore e il suo contenuto al punto di ebollizione di un liquido separato. È ampiamente utilizzato nei processi chimici per i quali è necessario un calore delicato. Il termine fu introdotto da Arnoldo da Villanova nel XIV secolo.

Ribikos

Il tribikos (in greco : τριβικός ) era una sorta di alambicco a tre braccia che veniva utilizzato per ottenere sostanze purificate mediante distillazione. Non si sa se sia stata Maria a inventarlo, ma Zosimo le attribuisce la prima descrizione dello strumento. È ancora usato oggi nei laboratori di chimica. Nei suoi scritti (citati da Zosimo), Maria raccomanda che il rame o il bronzo usati per realizzare i tubi abbia lo spessore di una padella e che le giunture tra i tubi e la testa tranquilla siano sigillate con pasta di farina.

Kerotakis

Il kerotakis (in greco: κηροτακίς o κυροτακίς), è un dispositivo utilizzato per riscaldare sostanze usate in alchimia e per raccogliere vapori. È un contenitore ermetico con una lastra di rame sul lato superiore. Quando funziona correttamente, tutte le sue articolazioni formano un vuoto stretto. L’uso di tali contenitori sigillati nelle arti ermetiche ha portato al termine “sigillato ermeticamente”. Si diceva che il kerotakis fosse una replica del processo di formazione dell’oro che stava avvenendo nelle viscere della terra.

Questo strumento fu successivamente modificato dal chimico tedesco Franz von Soxhlet nel 1879 per creare l’estrattore che porta il suo nome, l’estrattore Soxhlet.

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