Femminicidio e serie TV: storie di ordinaria violenza

Femminicidio e serie TV: storie di ordinaria violenza

Femminicidio e serie TV: storie di ordinaria violenza

Femminicidio e serie TV: storie di ordinaria violenza oppure denunce velate dietro il sensazionalismo? Oppure, ancora una via semplice per attirare la morbosità di telespettatori sempre più abituati a vedere di tutto?

Sono un’appassionata di crime story. Non tutte: amo quelle in cui sono  gli omicidi i veri protagonisti. Le gang, i cartelli della droga, il crimine politico mi annoiano, o forse mi richiedono più attenzione di quella che posso concedere a un serial che deve “rilassarmi”. E così, mi rilasso  con gli omicidi.

Dal true crime che Netflix ormai mi propone come pane quotidiano, alle serie più datate, me le guardo tutte con metodo quasi maniacale, tanto che ormai potrei trasformarmi pure io in un serial killer, e anzi… ho accarezzato l’idea di scrivere anch’io sul tema. Non ho forse cominciato la mia carriera raccontando in un fantasy le indagini su un serial killer di maghi?

Ecco: il primo omicidio, anche in quel caso, è stato quello di una donna. E a conferma di quanto il femminicidio sia più facile da trovare, anche nei serial sono spesso le donne le vittime designate.

Perché? In che modo? Vediamo di tracciare un filo rosso fra serie e omicidi.

Serie tv e femminicidio

Femminicidio e serie TV – chi indaga

Se tanto, tanto tempo fa ci piaceva il Tenente Colombo, con la sua mogliettina invisibile ma sempre presente, da qualche lustro a questa parte si sono affermate le serie con coppie di detective, spesso rappresentate da consulente/poliziotto. Anzi, poliziotta.

Sì, le forze dell’ordine sono spesso rappresentate da una bellissima ma non troppo truccata detective, che collabora in modo  più o meno sereno con un consulente volenteroso.

A meno che non siamo alle prese con un’intera squadra.

Ma la coppia, di solito  intriga di più perché ci si aspetta un risvolto rosa, o quel po’ di pepe che nelle squadre è più difficile da ottenere. Omicidi e storia rosa: perché no? Ci passiamo con Castle (scrittore/detective), con Connessioni di sangue (psicologo criminale/detective), con The mentalist (mentalista/detective) fino a Lucifer (diavolo/detective). In Bones i ruoli si invertono e la consulente è una scienziata pressoché onnisciente, ma il risultato è lo stesso.

In queste serie il delitto non è necessariamente un femminicidio, ma  quando il crimine si fa seriale, sono quasi sempre donne e bambini.

Serie tv e femminicidio

Femminicidio e serie tv

Per il nostro diletto, i serial co mostrano un quadro che si riassume facilmente: le vittime più facili da raggiungere sono quelle deboli, o quelle che si lasciano avvicinare. Prostitute, in primo luogo. Donne che si fidano dei loro assassini. Bambini che possono essere sopraffatti senza fatica.

In tutte le serie, se ci fate caso, sono quasi sempre le donne ad avere la peggio. Criminal Minds ci ha, dall’ormai lontano 2005 a oggi, destabilizzati.

Non so voi, ma spesso mentre guardavo questa serie mi sentivo poco al sicuro, in casa e fuori.

Tenevo d’occhio i miei figli che mancava poco li dotassi di microchip satellitare.

Serie tv e femminicidio

Ma soprattutto, le serie tv ci insegnano che femminicidio è facile.

Che è facile essere vittime e che no, non c’entra la minigonna della prostituta nei moventi principali, ma il male che sta nel cuore dell’uomo, spesso nato dal male seminato da altri uomini, dalle persone che avrebbero dovuto invece far crescere sicurezza e amore.

Femminicidio e serie tv ci raccontano a loro volta una storia, quella di un’umanità che è riuscita in qualche modo ad affrancarsi da certi sensi  di colpa, grazie a una frase magica: “se l’è andato a cercare”.

A partire dal 1888, quando in una notte d’agosto fu trovata la prima vittima dello Squartatore a oggi, si è progressivamente imparato a dare in qualche modo la colpa alle vittime, alle gonne troppo corte, ai luoghi non sicuri, ai costumi troppo facili.

Ma se guardate bene le serie tv, nessuno o quasi viene ucciso per queste motivazioni, semmai grazie a esse.

L’unica verità, è che nessuno è veramente al sicuro, se preso di mira da un assassino, solo che nella realtà ce ne sono meno che in tv, per fortuna…

La morte, nelle serie tv, è sempre e comunque edulcorata, anche quando entriamo insieme al medico legale nel cadavere durante l’autopsia.  Anzi, più ci addentriamo in questa danza di morte, più riusciamo a esorcizzare la paura.

Oggi siamo tutti un po’ profiler, un po’ scienziati forensi, un po’ detective, e persino un po’ avvocati. Tutti prontissimi a invocare il quinto emendamento (anche se in Italia non vale).

Disgraziatamente, nella realtà non basta affiancare una bella poliziotta a un fascinoso medico per risolvere i casi e la realtà è molto più squallida dei telefilm. Tanti assassini di donne e bambini la  fanno franca. Tanti seviziano e violentano senza che le vittime abbiano la minima possibilità di difendersi.

Forse, l’essere tanto abili a risolvere  i casi televisivi non ci aiuta poi tanto a capire la realtà che ci circonda.

serie tv e femminicidio

Serie tv e femminicidio: come parlare di violenza.

Poi ci sono serie che ti lasciano davvero qualcosa su cui pensare.

Il mondo distopico del Racconto dell’ancella, per esempio, in cui le donne fertili diventano schiave procreatrici.

C’è il  meno noto Unbelivable, che racconta una storia tristemente vera, che ruota intorno a tre donne.

Due sono detective, una è la giovane donna dal passato difficile che, vittima di uno stupro è costretta a ritrattare perché nessuno le crede.

La serie si dipana per intero su due binari paralleli, quello delle indagini sullo stupratore  seriale che le detective stanno cercando, e quello della vita della giovane,  inascoltata, non amata,  devastata dal disamore che la  circonda.

Solo la soluzione del caso porterà le tre “quasi” a incrociarsi.

Ma qui, nessun tentativo di ammiccare al pubblico con delitti patinati, belle attrici camuffate a malapena da una scarpa tacco 4.  Qui non si raccontano favole e ci si scontra con una brutta realtà.

Anche la seconda serie del bellissimo e sottovalutato Broadchurch ci parla di violenza, ci mostra il punto di vista della vittima in una prospettiva umana e addolorante.

Quueste serie ci mettono di fronte al modo in cui le vittime subiscono non una, ma più violenze, delle quali l’assassinio e lo  stupro sono solo una parte. Perché ci sono reputazioni macchiate (lo sapete che non tutte le vittime dello squartatore erano prostitute? No? E sono passati così tanti anni, e ancora tali vengono definite!), processi mediatici, processi morali,  indagini invasive della privacy della vittima… ma di queste si parla meno, soprattutto si cerca di non parlarne troppo in tv.

I tempi di Jessicha Fletcher e delle sue impeccabili spille da giacca sono passati, ma il delitto contro donne e bambini ancora non sappiamo raccontarlo bene…

https://www.netflix.com/it/title/80153467

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