“Il sentiero che porta alle fragole” di Elisabetta Ferri

“Il sentiero che porta alle fragole” di Elisabetta Ferri

fragole

“Il sentiero che porta alle fragole”

di Elisabetta Ferri

 

“Perché non scrivi un racconto sulle fragole?”, mi dicesti dopo averne addentata una. Erano delle primizie che avevo raccolto strada facendo, perché sapevo che ne eri goloso.
“Scusa?” protestai.
“I tuoi racconti e le fragole mi piacciono. Scrivi un racconto sulle fragole!”
“Non ci penso nemmeno! Sarebbe una storia banale.”
“Tu non scrivi mai storie banali. Dai, prova. La prossima volta in cui ci rivedremo me lo farai leggere.”

Mi dispiace. Anche se sono trascorsi mesi da allora, non ho finito il racconto. E non posso nemmeno rivederti. Mi sarebbe piaciuto mostrarti il sentiero che porta alle fragole, in un boschetto che conoscevo. Erano quelle piccole e saporite, ti sarebbero piaciute. Io ora sono qui, nascosta, in attesa che venga a prendermi la Gestapo su segnalazione di qualche ben pensante.

Sono dovuta scappare, perché la situazione s’era fatta complicata. Prima i comizi contro i “Giudei”, incarnazione del male. Poi gli sguardi biechi di chi mi incrociava per strada. Come dargli torto? Con quella stella gialla appuntata sui vestiti non passavo certo inosservata. Mi domando ancora come abbia potuto obbedire a un ordine tanto stupido ed etichettarmi io stessa.

Poco dopo sono cominciati gli insulti. Che male avevo mai fatto? Sono una persona come tante, che aveva una vita come tante. Perché la gente assorbe passivamente quel che le viene propinato? Un giorno un invasato dice che gli Ebrei sono i nemici della Nazione e tutti ci credono, incluso chi mi conosceva e sapeva che non avrei fatto del male a una mosca. Mi auguro che domani nessuno sancisca che chi mangia troppe fragole è il più grande nemico della Patria, altrimenti finirebbe anche la tua vita, non solo la mia. Infatti, presto, non ci saranno più fragole per me.
La gente si riempie la bocca della parola “amore”, peccato che in realtà nel cuore non ne abbia affatto. Ricordi Luna, la mia gattina? Uccisa. La trovai una mattina, impiccata all’inferriata della finestra del pianterreno. La sua colpa? Avere una padrona ebrea. Così capii che era tempo di fuggire. Se avessi avuto più soldi sarei scappata in America, ma sai bene che guadagno troppo poco.

Scusami, è per questo che non ho potuto scrivere il racconto né chiederti di uscire ancora insieme. Tu sei a posto, non sei un nemico della Nazione, ma mi auguro comunque che tu stia bene e che sarai sempre al sicuro. Spero anche che tu possa conservare di me un ricordo piacevole e che, ogni volta in cui mangerai uno dei tuoi frutti preferiti, tu possa ripensare affettuosamente a me e al nostro primo incontro, quando rimanesti colpito dalla mia mantella scarlatta. O al nostro primo bacio, quando dovetti ripulirti tutta la bocca dal mio rossetto rosso. O al nostro ultimo appuntamento, quando mi domandasti di scrivere un racconto sulle fragole.

Mi sarebbe piaciuto farti sapere che tutti gli istanti trascorsi con te sono stati i più preziosi della mia vita e che mi dispiace non poterne condividere tanti altri. Però li serbo in cuore, tutti quanti, come un tesoro che nessuno potrà mai rubare. E ogni volta in cui sentirò il profumo delle fragole, il mio pensiero volerà subito a te.

 

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