DECOLONIALITÀ E PRIVILEGIO. PRATICHE FEMINISTE E CRITICA AL SISTEMA-MONDO di Rachele Borghi

DECOLONIALITÀ E PRIVILEGIO. PRATICHE FEMINISTE E CRITICA AL SISTEMA-MONDO di Rachele Borghi

DECOLONIALITÀ E PRIVILEGIO. PRATICHE FEMINISTE E CRITICA AL SISTEMA-MONDO di Rachele Borghi

Recensione di Veronica Sicari

Decolonialità e privilegio. Pratiche femministe e critica al sistema-mondo è un saggio di Rachele Borghi, edito da Meltemi nel 2020.

Rachele Borghi, italiana di nascita, è una professoressa di Geografia all’Università Sorbona di Parigi.
Con Decolonialità e privilegio. Pratiche femministe e critica al sistema-mondo Rachele Borghi si racconta, affidando alle lettrici e ai lettori gli approdi della sua ricerca scientifica, permeata di transfemminismo, queer e post-porno, e le tappe che l’hanno spinta verso l’attivismo politico.

Il saggio si pone come un vademecum per fuoriuscire dalle strettoie del sistema scientifico così come si è sviluppato in Occidente, ma soprattutto un manuale per approfondire tematiche urgenti ed interessanti.

Sin dalle prime pagine, Borghi mostra sé stessa, posizionandosi:

Sono una transfemminista, donna cisgenere, europea, del sud dell’Europa, emigrata in Francia, bianca italiana (quindi piuttosto trash), non eterosessuale, lesbica queer con un posto fisso e anni di precariato accademico alle spalle, geografa, di lingua genitoriale italiana, no english speaker. Lavoro come professora all’università, quindi il mio impegno femminista per la creazione di un mondo antioppressivo, antiautoritario, anticapitalista, antifascista, antisessista, anticlassista, antiagista, antiabilista, antispecista si concentra principalmente nel contesto accademico. È questo il mio spazio di riferimento, lo spazio del mio quotidiano, quindi quello privilegiato da dove cominciare a cercare di cambiare il mondo”.

La scelta di posizionarsi non è casuale: solo esplicando il punto di partenza, l’ottica dalla quale si parla, si ragiona, si agisce, è possibile esser compresi da chi ascolta, o legge.

Il posizionamento svela il ruolo sociale che si occupa, l’eventuale privilegio o posizione di marginalità.

L’attivismo parte sempre dalla piena consapevolezza di sé stessi.

Quello di Rachele Borghi agisce nel luogo a lei più vicino, l’Accademia. La sua elaborazione teorica, la didattica, la scelta dei testi su cui impostare le lezioni sono permeate dal suo impegno politico, teso alla decostruzione del sistema di oppressione culturale nel quale è immersa.
Mira dritto al cuore del problema del sapere scientifico, così come costruito e trasmesso: un sapere coloniale, intriso di quel privilegio bianco ed eteronormativo che, assumendo pretesa di universalità, finisce per marginalizzare qualsiasi altra prospettiva.

L’interesse per la decolonialità e l’approccio decoloniale si traduce nel quotidiano in pratiche di insegnamento anitoppressivo in ambito istituzionale e di ricerca. Utilizzo il privilegio di persona-con-posto-fisso-in-istituzione-accademica per sperimentare pratiche di decolonizzazione della conoscenza, della trasmissione del sapere all’università, di rottura delle gerarchie tra sapere legittimato e non”.

Utilizzando un linguaggio volutamente lontano da quello accademico, allo scopo di poter raggiungere il maggior numero di persone, Borghi traccia in maniera chiara e decisa la differenza tra colonialimo e colonialità:

“Quando si parla di colonialismo si fa riferimento ad un processo (storico), quello di espansione, di conquista di un territorio e di sovranità di un paese su un altro. La decolonizzazione, quindi, diventa il processo (storico) di uscita dal colonialismo per arrivare all’indipendenza”.

Il colonialismo è, dunque, cosa diversa dalla colonialità, il sistema di pensiero che porta a considerare un insieme di saperi, usi e tradizioni riferibili ad una data cultura (tendenzialmente bianca ed occidentale) universale e prevalente su tutte le altre, che vengono di conseguenza marginalizzate ed oppresse, quando non cancellate.

“L’idea che mi sono fatta è che il verbo decolonizzare, usato oggi come termine per rigettare i rapporti di dominazione, di sottomissione e di dipendenza radicati col sistema coloniale, rimandi direttamente ad una postura anti-coloniale. […] L’anticolonialismo, infatti, ha nascosto e rischia ancora di farlo, una postura eurocentrica. E questo diventa ancora più pericoloso nel momento in cui esonera dal mantenere lo sguardo sull’oppressore che è in ognuna di noi. Perché purtroppo non basta avere una coscienza politica, fare parte di una categoria discriminata. Svestire i panni dell’oppressora e vestire quelli dell’alleata, necessita un’attenzione costante, senza abbassare mai la guardia o ritenersi al riparo dal rischio di adottare una postura coloniale. Se possiamo dirci tuttie decolonizzati dall’ideologia coloniale, il lavoro per decolonizzarci, levarci di dosso la colonialità, è ancora tutto da fare”.

Borghi mantiene fede ai suoi principi, portando nelle aule della Sorbona, tra i suoi studenti, il suo attivismo: circostanza, questa, che le è costata una serie di attacchi e strali non soltanto dal mondo accademico in generale, ma dai suoi stessi colleghi.

Attivista post-porno e queer è stata accusata da una certa élite culturale di aver leso, con le proprie performance e con la sua impostazione transfemminista, il buon nome dell’Istituzione di cui fa parte. Tuttavia, l’affetto, la stima e il riconoscimento ottenuti dai suoi stessi studenti e da molte e molti colleghi hanno sorretto non soltanto la “donna” ma anche la “attivista”, spingendola a non abbandonare la sua battaglia per l’inclusione.

Ripercorrendo il suo impegno ed il proprio punto di vista sulla decolonialità, Rachele Borghi cita diverse autrici e autori, provenienti anche dai paesi ex colonizzati, dai quali trarre gli strumenti per decostruire il sistema. E così, oltre a bell hooks, dalla quale trae a piene mani per parlare di marginalità e di quanto questa possa apparire una posizione – paradossalmente – privilegiata per l’attivismo, cita, tra le altre, espressamente Gloria Anzaldùa, Ambra Pirri, Monique Wittig.

Queste autrici vengono poi inserite in un capitolo specifico, nel quale si fornisce una breve scheda sul loro lavoro e la loro attività. Pregio del testo è, infatti, quello di fornire numerosi spunti di riflessione ed approfondimento sul tema.

Particolarmente interessanti i capitoli dedicati al racconto dell’attivismo post-porno, soprattutto per chi si accosta per la prima volta al tema. L’utilizzo politico del proprio corpo non è un unicum di questo tipo di attivismo: cortei, manifestazioni, sit-in di fatto prevedono l’utilizzo della propria corporeità per trasmettere un dato messaggio.

Il vero elemento di rottura dell’attivismo post-porno consiste nell’utilizzo del corpo e della sessualità per riappropriarsi degli spazi, non soltanto fisici, ma altresì culturali. Il rifiuto dell’eteronormatività e la normalizzazione di tutti i corpi è l’obiettivo specifico di queste attiviste e di attivisti. Borghi inserisce questo attivismo nel suo percorso di decolonialità:

“Il pornoattivismo può fare irruzione nell’università prendendo diverse forme e declinazioni. Non c’è solo il dispositivo della performance con il corpo nudo, come la masturbazione collettiva realizzata da collettivi postporno nel cortile di un’università di Valencia, o spogliarsi durante una conferenza e restare nuda nel dibattito. Si tratta per me di tentativi di rompere le norme che la colonialità del sapere ci ha imposto attraverso degli esercizi di decolonialità. Dall’uso performativo del linguaggio, alla trasformazione del corpus in corpo, all’integrazione negli spazi del sapere istituzionale di corpus teorici e corpi di persone che la colonialità del sapere e del potere escludono dai centri di produzione del sapere scientifico, gli esercizi di decolonialità possono prendere forme e colorazioni creative e fantasiose. Non si tratta di azioni di persone speciali. Piuttosto spazi occupati e risignificati politicamente. Non è tempo di eroismo, è tempo di azionedirettacollettivismo”.

In un contesto sociale fragile e teso, mentre l’umanità attraversa una crisi sociale, economica e sanitaria senza precedenti nell’epoca moderna, forse l’attivismo può in realtà esser considerato un atto eroico, benché accessibile a chiunque.

Nonostante alcune delle pratiche descritte da Borghi possano forse apparire provocatorie – ed in parte lo sono – con il rischio di distogliere l’attenzione dal messaggio sotteso, portando quindi ad esiti diversi rispetto a quelli prefissati, è tuttavia indubbio che con questo testo l’autrice cerchi di spronare i lettori tutti a prendere piena consapevolezza della propria identità, esigere un cambiamento e parteciparvi, rivendicare spazi e luoghi nei quali vivere, pretendere un sistema sociale inclusivo.

Puoi aquistare il libro qui
Titolo Decolonialità e privilegio. Pratiche femministe e critica al sistema-mondo
Autore: Rachele Borghi
Editore: Meltemi

SINOSSI

Per uscire dal colonialismo non ci si può limitare a decostruire, ma bisogna trovare il modo di agire per trasformare il mondo. Non creare un nuovo paradigma ma distruggere i paradigmi esistenti. Quante volte hai pensato a cosa ci sia dietro la parola “scientifico”? Quante volte hai dato per scontato che la scientificità di un sapere valesse per tutti, ovvero fosse universale? La cultura europea ha stabilito quale fosse il sapere scientifico, da considerare l’unico vero, creato in relazione a epistemi occidentali. Tutto il resto è stato poi derubricato a sapere subalterno. L’accademia occidentale deve rinunciare al privilegio di produrre il discorso dominante. A partire dalla sua esperienza personale, Rachele Borghi ci racconta com’è possibile dare battaglia alla colonialità.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

13 − 13 =

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.